LE CINQUE SARACINESCHE

September 10th, 2016 by Pabuda

Il nostro balcone costituisce un punto d’osservazione particolarmente comodo, oserei dire “privilegiato”, su un’infilata di cinque saracinesche che se ne stanno su uno dei due lati corti della piazza alberata. saracinescaOvviamente, quando le saracinesche non sono abbassate, si può godere d’una vista molto più interessante: cinque vetrine quasi trasparenti, tenute pulite e luccicanti e qualche scorcio dell’interno. Ma quest’estate sono rimaste sempre chiuse. Ci si sarebbe potuti insospettire, ma non lo si è fatto: i mesi estivi, qui a Milano, corrispondono a un periodo di ferie generalizzate e la maggior parte della gente che solitamente tira su e giù le saracinesche se ne va in vacanza: chi a Riccione, chi a Gallipoli, chi a Dakha o a Craiova. Fino all’altro giorno erano sormontate da cinque insegne blu con su scritto in bianco (ma un bianco che la sera e la notte pareva fosforescente, come certe madonnine di plastica con dentro – forse – un po’ d’acqua di Lourdes)… con su scritto, dicevo: “Ristorante – pizzeria – Sunshine – specialità toscane – carne e pesce”.
Ieri, o l’altro, ieri, la Gio – rientrando dal balcone, dopo una fumatina solitaria – m’ha chiamato quasi urlando: “Vieni a vedere ch’è successo!”. Abbastanza allarmato (presagendo qualche preoccupante fatto nuovo accaduto su uno dei due lati corti della piazza), mi sono fiondato sulla mia poltroncina da balcone e non ho potuto che constatare, deglutendo più volte per ricacciare indietro l’ansia, la novità: le cinque saracinesche erano ancora chiuse ma le ben note insegne blu erano state sostituite da altrettante di colore arancione. Sulla plastica color Olanda, grazie all’abbondanza di spazio, avevano potuto comporre, in caratteri neri, quasi un romanzo: “Asian fusion – restaurant – take away – self-service – cucina asiatica”. È stato un discreto shock. Non che io, né tantomeno la Gio (figuriamoci!) s’abbia qualche avversione per i popoli dell’Asia o dell’Estremo Oriente. Anzi: noi… i cittadini della Cina Popolare, della Mongolia, dello Sri Lanka, del Giappone e di Taiwan, del Vietnam, delle Filippine, dell’India, del Bangladesh, del Pakistan, del Laos, della Cambogia e delle due Coree, di Hong Kong e Macao, della Thailandia e di Nyanmar, della Malesia, Borneo e Brunei (più qualsiasi isoletta, enclave, steppa o penisola mi sia sfuggita in questo affrettato riepilogo) li abbracceremmo tutti, uno a uno. Basta trovare il tempo. Il fatto è che io, personalmente, le gastronomie asiatiche non le reggo. In blocco.
Ma il fatto grave non è questo. Tanto, che sia toscano o giapponese, io a mangiar fuori non ci vado quasi mai. Il guaio è che, osservando dal nostro balcone l’andazzo (minimo), intorno a quel “Sunshine – specialità toscane – bla… bla” avevamo ricamato (soprattutto io, ma pure la Gio non s’era tirata indietro) delle storie mica da ridere! No, no: delle storie da brivido, roba da cagarsi sotto. Il fatto che il Sunshine – prima dell’ultima serrata estiva, intendo – risultasse quasi sempre vuoto o semi-vuoto e chiudesse regolarmente i battenti durante i fine settimana, come se lì non gliene fottesse un accidenti di spennare qualche avventore affamato, ci aveva dato parecchio da pensare. Da fantasticare. O, più precisamente, da speculare. Quel locale aveva tutta l’aria di essere una copertura di qualcos’altro. Qualcosa di molto diverso dalle ciotolone di ribollita, dalle fiorentine o dal caciucco. Dal nostro balcone si sprecavano ipotesi: riciclaggio di denaro sporco? Una “lavanderia” mascherata per i proventi di tremende attività criminali? O, addirittura, il luogo di ritrovo ben mimetizzato d’una segretissima super-‘ndrina a capo di tutti i ‘ndranghetisti dell’area milanese?
Spararle grosse, lì dal balcone, non costava niente. Anzi! Per qualche mese è stato un bel passatempo. Come altri fan le parole crociate o l’uncinetto. A un certo punto, al Pabuda, la faccenda è parsa un ottimo spunto per imbastirci su un vero e proprio romanzo.
Non è ancora stato scritto. Ma ne esiste un articolato scheletro: in una dozzina di cartelle ripiene di file con appunti e bozze e nel mezzo cervello del matto. C’è un sanguinoso attentato di fronte alle cinque vetrine. Avviene in un preciso e delicato momento che non è il caso di star qui a indicare. C’è un’indagine, anzi due: una ufficiale e una ufficiosa. Quest’ultima è condotta da un ex sbirro in pensione (Pabuda, su di lui ne sa – o se n’è inventate – di cotte e di crude, ma se ne parlerà a tempo debito).
Fatto sta che, per alimentare il passatempo e per dare corpo alle sempre più complesse diramazioni, ai presupposti, agli antefatti e alle storie collaterali della vicenda principale lo svitato Pabuda s’è fatto una piccola biblioteca e un affastellato archivio su la ‘ndrangheta e sulle mafie baltiche ma anche su certi misteri degli anni Settanta che potrebbero costituire il background professionale del vecchio sbirro in pensione.
E ora… cosa ci dovremo stare a inventare con una cucina di fusione asiatica color Olanda da portar via?!

ANDATI! (da: “Un Mese Al Balcone / 03)

August 13th, 2016 by Pabuda

howardena pindell -memory-future 1980-1981(da: Un Mese al Balcone /03)

Sarà stato un mesetto fa, ormai. Forse più. E non eravamo al balcone: la “sigaretta della staffa” ce l’eravamo già fumata da un po’. Ce ne stavamo sdraiati sul letto in attesa del momento buono per arrenderci al sonno. Ciascuno leggeva il proprio romanzo, zitti. Nella stanza il silenzio era quasi totale: si poteva percepire appena quel flebilissimo ronzio che emettono i cervelli degli heavy reader quando macinano le storie che leggono: figurandosele, riempiendo i vuoti che (grazie al cielo!) gli scrittori lasciano tra una scena e l’altra, correggendo virtualmente e in assoluto segreto qualche passaggio della stesura che non li soddisfa del tutto o – più prosaicamente – cercando di inquadrare e rimettere a fuoco un personaggio, un tizio, accantonato centocinquanta pagine fa e inspiegabilmente tornato alla ribalta. In questi casi al lettore o alla lettrice viene la tentazione di gridare, per esempio: “Ma chi cazzo è ‘sto Alexis Cole!?”. Invece, per buona educazione, lo pensa soltanto. Di fatti, a parte quel ronzio che dicevo (che poi, essendo noi una coppia di fanatici della lettura, eran due ronzii… ma il risultato è uguale: pressoché zero) regnava il silenzio nella nostra camera da letto. Improvvisamente, lei ha mollato il volume che teneva tra le mani, lasciando che rimbalzasse sulle lenzuola e si chiudesse con un piccolo “flap!”, senza preoccuparsi, così facendo, di perdere il segno. E ha gridato (o, almeno, a me è parso gridasse): “Se ne sono andati!!”. Belin, mi son preso un colpo! Prima di lasciarmi reagire verbalmente, il mio fantasioso cervello ha impiegato qualche millesimo di secondo per ipotizzare, lo giuro: “I tedeschi? Gli americani? I russi?”. Dopo di che ho sentito la mia voce: gridava: “Ma chi? Chi se n’è andato!?!?”. La risposta della mia compagna non mi ha sorpreso del tutto ma deve avermi colpito in qualche punto particolarmente sensibile della poltiglia cerebrale. Tanto da rimanere impressa in una mia zona neuronale che ho piuttosto sviluppata e che risulta preposta a rimuginare i problemi irrisolti e a elaborare i rimpianti. In breve, la risposta fu: “I rondoni! Se ne sono andati! Sono andati via!”. In effetti, da qualche giorno non li avevo più sentiti neanche io. Dopo aver convenuto che – pur trattandosi d’un evento naturale che si ripropone ciclicamente a ogni inizio estate – era un fatto triste e una partenza che ci avrebbe fatto patire un po’ di solitudine supplementare, soprattutto in quel buchetto temporale che rimane tra l’aperitivo e la cena, ho cercato di buttarla su un piano scientifico/nozionistico – per sincera curiosità onnivora e per provare a raffreddare un poco il bruciore emozionale – chiedendo alla mia bella ornitologa dilettante (però erpetologa di formazione): “Ma dov’è che sono andati? Dov’è che migrano? Sì, d’accordo, in Africa. Ma in quali paesi di preciso? E perché? E per quanto tempo riescono volare senza fare una sosta? E, scusa, se vanno laggiù tutti gli anni, se ci tornano sempre, vorrà dire che sono posti dove stanno meglio che a Milano, no?”. A ogni modo, dopo quella sera, tutte le sere, di solito tra l’aperitivo e la cena – ma anche agli orari sbagliati –, se ho un po’ di tempo, mi siedo al mio posto d’osservazione sul balcone e mi dedico a scrutare il cielo sopra la piazza, percorrendo con lo sguardo le traiettorie lasciate vuote: controllo bene e poi segno sul mio registro tutti i nomi degli assenti.

(L’immagine, ancora una volta, è tratta da un quadro – Memory/Future 1980/81 – di Howardena Pindell)

I PICCOLI RUMORI

August 8th, 2016 by Pabuda

(da: Un Mese al Balcone / 02)

Howardena Pindell - Flight & Fields
Volendo, dal balcone, si possono fare anche degli esercizi di ascolto. Si sentono le cose più varie standosene sul balcone in diversi orari del giorno e della notte: loggione esclusivo ben proteso sul teatro permanente della piazza con giardini, alberi e strade affluenti a scorrimento discretamente veloce. Ai motori, ai freni, ai pneumatici e agli scappamenti non val la pena far caso: fan rumori stupidi e troppo prevedibili. Anche gli uccellini non brillano per fantasia. Abbastanza notevoli, invece, son le conversazioni – sovente gli scazzi – che offre all’attenzione di chi vuol sentire un affiatato gruppetto di sbandati sempre accampato intorno, sopra e sotto la panchina posta nei giardini perfettamente a perpendicolo rispetto al nostro civico. Son storie intricate e piene di pathos. L’intensità dell’interpretazione varia – mi sembra – a seconda del tasso alcolico dei partecipanti. Trovo quasi sempre lo spettacolo piuttosto avvincente. Solo che è difficile riannodare il filo tra una puntata e l’altra. Tocca lavorare di fantasia. La seccatura poi è che spesso, per il volume eccessivo, coprono le voci di altra gente in sosta sulle panchine circostanti: anche lì si chiacchera, si discute, si scambiano informazioni. Ma, forse per timidezza, praticamente a mezza voce. Così, va a finire che dal balcone non se ne ricava quasi niente. Però nell’attività di ascolto risultano molto più suggestivi certi piccoli rumori, non necessariamente gradevoli. Bisogna essere attenti per notarli e scoprirne la fonte ma spesso trasmettono informazioni e potenziali “piste” davvero sorprendenti da esplorare. Quando si è proprio in vena ci si può ricamare sopra anche qualche inedita riflessione, per lo più di natura sociologica, esistenziale o antropologica. Roba terra-terra, a ogni modo. Io, di solito, lascio subito perdere. Per esempio, poco fa notavo la differenza tra il rumore un po’ trotterellante che producono le rotelle d’un trolley da viaggio trascinato verso la stazione ferroviaria e in direzione di chissà quale economica vacanza e quello cigolante, metallico e singhiozzante prodotto dalle due ruote storte d’un carretto sgangherato con su una grossa cassetta di qualche merce, proveniente dal mercato e fissata con un robusto elastico giallo. Chi è provvisto d’un orecchio particolarmente attento e addestrato potrebbe anche dedurre da questi suoni, ugualmente molesti ma diversissimi, il colore della pelle di chi trascina. Io non arrivo ancora a tanto. E, oltretutto, quelli che fanno troppo caso al colore della pelle mi stanno sul cazzo.

(L’immagine è tratta da un quadro di Howardena Pindell, pittrice afroamericana della quale il Pabuda deve essersi innamorato…)

IL DISAPPUNTO

August 7th, 2016 by Pabuda

 

(da: Un Mese al Balcone / 01) Howardena Pindell - Artemis 1986
Si comincia: alla grande: un veicolo piccoletto e panciuto ma piuttosto interessante dell’azienda della nettezza urbana si ferma proprio sotto al mio balcone: sta dall’altro lato della strada: per mostrarsi meglio, penso: lui e tutto lo show: è grigio argentato (o del colore d’un pentolino d’alluminio) ma è dotato d’una specie di proboscide posteriore in tinta blu elettrico che un aggeggio apposito – vagamente somigliante a un’antenna semovente o a quel cosino che avevano le vecchie macchine da cucire per accompagnare il filo nel buchetto giusto – aiuta il tubo di plastica blu a fuoriuscire dal corpo del piccolo pachiderma metallico, ad allungarsi, a spostarsi verso il tombino, dove rimane per un attimo penzolante. C’è bisogno dell’aiuto d’un uomo o due per scoperchiare con delicatezza il tombino e facilitare l’intrusione del tubo blu nel condotto fognario che si presume stia nascosto sotto il manto stradale, a ridosso del marciapiede. Nessuno fornisce spiegazioni al pubblico, o uno straccio di programma, riguardo allo spettacolo avvincente messo in scena dai netturbini col loro simpatico veicolo proboscidato che sembra un giocattolone in robusta plastica, adatto anche ai bambini più tonti, irrequieti ed esigenti (quelli che, quando io andavo alle elementari, stavano segregati nella “classe differenziale”, per intenderci). Sicché, dal balcone si tira a indovinare – sulla base di pochi e vaghi indizi. Ciononostante, siamo sicuri: stanno cercando d’avvicinarsi alla tubatura delle acque bianche per dare una bella stappatina: coi recenti ventosi e violenti temporali fuori stagione, insieme all’acqua piovana, lì sotto si devono essere ficcati mucchi di foglie prematuramente cadute dai platani, col rischio di ingorgare tutto e bloccare il regolare deflusso verso chissà dove dei liquidi della fogna bianca. Quando si opera nel campo delle osservazioni dal balcone si è costretti a fare un sacco di ipotesi, congetture e supposizioni. Non è male: un ottimo stimolo, semmai, per il cervello impigrito e la fantasia un po’ fiacca. Però, poi, per forza di cose mi tocca abbandonare il posto d’osservazione, la prima fila sopraelevata: devo andare a pisciare. Quando torno non c’è più traccia del veicolo e degli esperti operatori. La piazza e la strada e il marciapiede son regrediti allo stato desertico precedente. Non mi resta che gridare a pieni polmoni il mio disappunto al vuoto: ehi, mascalzoni: è già tutto finito!?!

(L’immagine è tratta da un quadro di Howardena Pindell, battagliera pittrice e artista visiva afroamericana)

IN DUE, IN TRE

December 3rd, 2015 by Pabuda

Incrocio sotto casa due ragazzi, sui vent’anni: trasportano una grossa borsa pesante: sembra contenere qualcosa con degli spigoli. ciascuno dei due tiene una maniglia e tira un po’ dalla sua parte: sicché il borsone vola e non cade. Mi guardano un attimo, senza rallentare. Io faccio a loro la medesima cosa: mi piace dividano così equamente la fatica ma anch’io li guardo solo un attimo, colla coda dell’occhio e – senza volerlo – coll’orecchio sinistro. Alla fine di quell’attimo non guardano me: si guardano tra loro sorridendo cogli occhi ma pure un po’ con la bocca. uno dice qualche parola all’altro, senza smettere di sorridergli: non capisco la loro lingua africana quindi rimango in dubbio tra due ipotesi: o stanno portando a casa un aggeggio nuovo e son contenti perché ci starà bene e là dentro proprio mancava o stanno portando via un vecchio aggeggio e proveranno a venderlo per tirarci su qualche euro. E son contenti perché son sicuri di farcela e perché di quel coso non sapevano proprio più che farsene. Mentre infilo la chiave nella serratura del portone son contento: so che appena entrerò in casa troverò una sedia, un tavolo, della carta e una penna per scrivere alla svelta di quest’incontro: per non dimenticarmelo. e di modo che, scrivendolo, finalmente risulterà chiaro perché oggi siamo contenti almeno in tre.

IL MIO PRIMO SCIOPERO E ANCHE IL SECONDO (2015 REMASTERED)

May 1st, 2015 by Pabuda

THE LABOR MOVEMENTHo provato: a pensare il mio primo sciopero: da salariato, intendo. Che da studente non vale: ero sempre scioperato, da studente, intendo: praticamente uno sciopero via l’altro. Ma a pensarci erano cose serie a metà quegli scioperi lì: era come un allenamento: giustamente ero a scuola e studiavo come si fan gli scioperi. Poi è cambiato, lo sciopero, da salariato: la paura di perdere il lavoro o un pacco di soldi: ti caghi sotto. Capita a tutti, penso. E così mi vengono in mente due scioperi diversi che non riesco a scollegare: mi vengono in mente insieme tutti e due come appiccicati. Però due scioperi molto diversi erano. Comunque ci penso a tutt’e due. Perchè lo sciopero per me, dico: come me lo son vissuto io, è un divertimento e uno spavento. Così mi vengono in mente insieme. I miei primi due scioperi miei, che ho fatto.

Il primo era perché il padrone del ristorante mi teneva in nero e mi pagava troppo poco secondo me, ma non avevo fatto i conti bene perché non mi andava di chiedere al sindacato, chissà perchè. E non c’era l’internet. Veramente non c’avevo neanche la radio e non mi ricordo se magari manco il telefono c’avevo. Ma come cazzo facevo? a Milano senza telefono ai primi anni Ottanta. Il telefono-telefono, dico: quello normale fisso, intendo, mica il telefonino che non sapevo manco cos’era, per dire. Ora che ci penso c’era il bar della mafia o della ‘ndrangheta all’angolo sotto casa, che a chiedere un gettone sembrava di pestare un piede al boss.

Va beh, per mettermi ai libri, come si diceva, coi contributi e tutto quanto al padrone del ristorante non sapevo come dirglielo e non sapevo come piantare casino. Non sono aggressivo, di mio. Preferisco quando tutto va liscio e non c’è da litigare. Di solito sto zitto. Diciamo che sto quasi sempre zitto. Nella vita, intendo: sto zitto. Ma quando mi girano o vedo che mi stan fregando o vedo che fanno i bastardi con qualcun altro… aspetto e poi zacchete la metto giù esagerata: nel senso, la faccio più grossa di com’era e li stordisco di parole. Possibilmente paroloni. Che a scuola ne ho imparati parecchi di paroloni, facendo quegli scioperi là e così via con la politica degli studenti verso il settantasette, proprio gli ultimi… di scioperi, intendo.

Insomma, al ristorante facevo il cantiniere e il banconiere o banconista, non mi ricordo come si diceva. Era un ristorante piccolo e fighetto, ma tutto una finta. cantiniere e banconista facevo. A me sembrava di far lo schiavo, più che altro: al pomeriggio le pulizie per terra, lo straccio di qua e di là e poi la sera non finiva mai cioè si faceva mattina: le due le tre, così come niente fosse. Banconista, cioè: prepari gli antipasti, i piatti leggeri freddi come il prosciutto e melone o i fichi col salame. E il carpaccio, anzi i vari carpacci diversi: di manzo normale, di pesce affumicato non mi ricordo quali pesci avevamo e poi quello di petto d’oca. Oppure le insalatone che non mi ricordavo mai tutti gli ingredienti. E poi quelle più care, invece, quasi solo funghi crudi. Ho imparato a fare le fettine sottili coi porcini e con gli ovuli. È che lo sapevo già, fin da ragazzino che lo facevo a casa con mia madre se non sbaglio a pulire i funghi raccolti da noi. Erano gli anni, lì al ristorante, del boom della rucola, a Milano. Rucola dappertutto a Milano. Io odio la rucola. C’è un perchè.

Poi preparare i piatti freddi leggeri e gli antipasti sembra facile ma è un casino. Il melone si deve tagliare che vengono come delle barchette dei fenici. I fichi vanno aperti ma non sbucciati, devi far venire fuori come dei petali di fiore fatti con la buccia ma senza spiaccicarli tutti che fan schifo.

E i formaggi, se chiedono il formaggio. Anche quelli mica gli potevi sbattere lì due sleppe e buon appetito: c’era sempre da inventarsi un po’ di scena sul piatto. Delle gran cazzate. Però si doveva fare così. Anche il pane bisognava metterlo in scena! Ecco: il pane: sempre a riempire i cestini di pane, tagliare pane, fare ikebana di pane. Uno spreco assurdo… che è questo qui che ti sto raccontando, cazzarola.

come cantiniere, invece: prendi le bottiglie, guardi le bottiglie, controlli le bottiglie, pulisci le bottiglie e finalmente alla fine porti la bottiglia di vino ai clienti, loro assaggiano, cioè uno assaggia per finta che intanto non ci capisce un cazzo ma se la tira, stappi versi corri indietro al banco. E il padrone mi guardava come una merda perché sono un principiante. Dietro al banco assaggio anch’io qualcosa, di qua e di là: mezz’ora e son ciucco perso. E poi milioni di caffè da fare, che fare i caffè da ubriaco te lo raccomando!

Ecco: tutto questo andazzo mi esasperava: giramento di coglioni a mille, pure per il fatto che eravamo in nero. Tutti: il cuoco, l’aiuto-cuoco, il lavapiatti, tutti egiziani, e io pure in nero. niente libri, niente di niente.

Col mio bel giramento io aspettavo: ho aspettato finché ho visto un manifesto su un muro che diceva: il giorno x sciopero generale del settore commercio e ristorazione. Belin! ho pensato io, questi lo sciopero non lo fanno quasi mai, stavolta non me lo perdo, che diceva pure contro il lavoro in nero. Decido: faccio lo sciopero. Lo dico in cucina agli egiziani ma hanno una paura blu e poi non ci capiamo tanto bene: loro niente sciopero. allora dico al cuoco, aiuto-cuoco, lavapiatti: vabbé lo faccio io per tutti, poi vediamo. Alla fine lo dico al padrone all’ultimo momento: domani, che era il giorno x, io aderisco allo sciopero del commercio e ristorazione perché tu ci tieni in nero e paghi poco. Lui, il padrone mi guarda come se io ero un pazzo furioso da legare e mi dice a me così: che cazzo dici? sciooperoo?? guarda, se mi dicevi che non vieni a lavorare perché vuoi andare al cinema o a scopare una figa io non c’ho problemi ma ‘sta storia dello sciopero è una stronzata: se lo fai poi non venire più a lavorare qui. Intanto mentre lo dice gridando, agitava una roba, che, belin, era il coltello per affettare il prosciutto all’osso. Cazzarola! io sudavo e non dicevo niente. Alla fine della gridata del padrone io gli dico: ok, poi vediamo. Dalla cucina gli egiziani mi han fatto l’occhiolino, tutti e tre assieme. Quindi ho fatto lo sciopero il giorno x, in piazza dove c’era un comizio ho cercato un sindacalista. Ne ho beccato uno cgil commercio, a caso. Gli ho raccontato tutta la storia. Il pomeriggio dopo lo sciopero questo sindacalista è venuto con me al ristorante e abbiam parlato col padrone che era incazzato come una bestia ma non ha preso il coltello. Ci siam seduti e il sindacalista ha fatto tutti dei conti col padrone e gli ha detto: vuoi la causa in tribunale o paghi tutto quanto? Il padrone ha detto: vabbé pago, domani. E il domani ha cagato la grana davvero, con tutti gli arretrati e compagnia bella. Son stato fortunato e per un anno io non ho più lavorato per niente. Troppo contento!

il secondo sciopero mi viene in mente insieme a questo, però non lavoravo in ristorante in nero: ero nella multinazionale, call center su tre piani di palazzo, con la gente gestione da medioevo ma tecnologia ultramoderna che controlla tutto, i telefoni che controllano il tempo che rispondi, parli, che apri la pratica, i tesserini elettronici e le telecamere quando vai a pisciare… tutto molto moderno tecnologico però i capi dicono che qui è come una famiglia. Io penso: bella famiglia di merda! E lavoravo lavoravo lavoravo, era il primo lavoro in regola, col contratto, ferie, malattia e tutto quanto. Però io li odiavo lo stesso i padroni, che qui non si vedevano: gli azionisti italiani francesi, tedeschi. Io li odiavo gli azionisti, sia perché il lavoro era uno schifo e sia perché odiavo quei controlli elettronici di tutto. Almeno, al ristorante mi facevo i miei bei cicchetti! Vabbé, a parte gli scherzi: lavoravo lavoravo lavoravo. parlavo solo coi colleghi al mio pari livello: gente varia, simpatica. Mi piaceva una tipa forse anche io piacevo a lei ma alla fine non s’è combinato un accidente. Comunque, non c’ho la riprova perchè a lei non gli ho mai detto le cose chiaramente. Però si schiaccherava tranquilli e io guardavo i suoi capelli: un sacco di capelli. Non ho mai parlato con i capi, manco coi capetti, a parte il buongiorno buonasera, chiaro. Non ci parlavo per principio perché loro facevano tutti i controlli. perché erano elettronici ma poi ci voleva un capetto che controllava i controlli e misurava i minuti e i secondi. Così con loro non ci parlavo. Però aspettavo. Zitto. Finalmente anche lì è arrivato il “giorno x”: uno sciopero generale non mi ricordo per cosa. Stavolta faccio diverso: parlo coi colleghi: nessuno vuol scioperare: un po’ si cagavano sotto, un po’ non sapevano manco cos’è uno sciopero generale, che c’avrebbero diritto a farlo tranquilli, se vogliono.

Ma lì nella multinazionale col super call center non c’era sindacato. Non c’era niente di niente. Il giorno prima dello sciopero prendo un permesso per dentista e vado alla cgil e mi iscrivo al sindacato come levarsi un dente. Il “giorno x” che sarebbe il giorno dello sciopero vado al call center della multinazionale prestissimo. Di notte ero stato sveglio a preparare un cartellone enorme: tre metri di discorsi scritti a pennarello, tre quattro colori diversi, come ai tempi degli scioperi da studente a scuola. C’ho messo dentro tutti i mugugni che facevano i colleghi: sui soldi gli orari i turni la mensa di merda il gettone di presenza le maggiorazioni per le notti e i festivi e bla bla bla. Ho messo quei mugugni come rivendicazioni e ho firmato “gli iscritti cgil” che poi ero solo io ma non lo sapeva nessuno. Se ne sono accorti quando ho fatto sciopero. Perché l’ho fatto solo io. Ma tutti leggevano quel cartellone gigante che avevo appiccicato. Due giorni dopo suona il mio telefono sulla scrivania: chiamata interna. Cazzo: era il direttore generale: venga subito da me che le devo parlare: gridava così forte che dalla mia cornetta han sentito tutti i colleghi. E mi guardavano. Io son diventato rosso e poi blu e poi bianco. Quasi svenivo dalla caga. Il direttore generale metteva caga a tutti anche a capi e capetti. Aveva denti da squalo, come Previti, denti grigi e lunghi da pescecane che era meglio se non rideva ché metteva una paura da morire con quei denti. Io sono andato su al piano dei megadirigenti e ho bussato all’ufficio di quella specie di Previti: non rideva. Quindi, niente denti. Però appena sono entrato m’ha gridato come il padrone del ristorante però mi dava del lei: ma che cazzo si crede lei? l’ho letto il suo cartello, sa? io mi son seduto e stavo zitto e lo guardavo e stavo zitto e lui gridava sempre e gli vedevo quei dentacci lunghi. Morivo di paura ma facevo finta di niente. Facendo finta di niente e stando zitto mi scappava un po’ da ridere. Per il nervoso, credo. E lui s’incazzava di più perché io dovevo avere un sorrisetto proprio da prendi per il culo. Ma non lo facevo apposta: era il nervoso. Poi non ce la facevo più. Pensavo di svenire come un coglione. Allora mi son morso il labbro di sotto per smetterla con quella ridarella che mi stava per scoppiare, per il nervoso, intendo. Ho fatto una faccia seria e ho detto: Direttore guardi che questo colloquio rischia di configurarsi come attività antisindacale direttore forse è meglio interrompere il colloquio qui.

Il pescecane ha sbattuto la sua manona sulla scrivania e ha gridato: sì, lei torni a lavorare! Poi mi manderà i sindacati che ci penso io ai sindacati! Io mi sono alzato tutto sudato: d’accordo grazie molte e buona giornata direttore. E mi sono volatilizzato.

Giù al call center tutti a chiedermi che è successo come è andata ma cosa voleva come stai…

C’era anche la tipa che mi piaceva e io me la tiravo un po’ da uno che non ha paura del direttore generale coi dentoni ma intanto quasi mi mancava l’aria da respirare.

Poi nelle settimane dopo abbiamo fatto delle riunioni di nascosto, che tutti si cagavano sotto, è venuta un po’ di gente e tra una birra e l’altra abbiamo fatto il primo sindacato nel call center della super-multinazionale del belino. So che il sindacato lì c’è ancora ma non so niente del pazzo coi dentoni. Invece, il cuoco del ristorante l’egiziano l’ho rivisto anni dopo. Diceva che tornava in Egitto per fare il suo ristorante italiano al suo paese. mah! Sperem…

ALLA CORTE DELL’AMERICA (short tale)

January 17th, 2014 by Pabuda

ACQUA-NN-POTABILE-CORTE-AMERICA-vialepadova_millebattute_06A pochi passi da casa mia c’è una casa di ringhiera che tutti chiamano ancora la Corte dell’America. È a Milano. In via Padova (che è meglio di Milano). Ogni tanto, io ci vado e mi siedo in un angolo della corte. Guardo la gente che arriva e che se ne va. Non parlo con nessuno: tanto, mica ci si capirebbe. A me piace guardare e ascoltare le voci della gente che vive lì. Quasi tutti parlano arabo. In maggioranza son giovani e sembrano in gran forma. Così, a occhio e croce, direi che sono egiziani, come l’idraulico che c’ha il negozietto accanto al mio portone, il signor Mahir. Molti vanno avanti e indietro con grossi sacchetti di plastica pieni di roba da mangiare. Qualcuno stende i panni. Ma quando son lì, io non penso a loro. Penso all’America: è perché m’hanno raccontato che in quella casa, grande, di ringhiera, molto tempo fa non ci stavano arabi, egiziani, marocchini: ci venivano ad abitare veneti della bassa e bergamaschi delle valli. Tutta gente da polenta. L’idea loro era di starci il tempo per fare i documenti, prendere il tramway per la stazione Centrale, salire su un treno per Genova e laggiù imbarcarsi su un piroscafo, come si diceva allora. Per l’America. Emigranti erano. A quanto pare, ci dev’essere stato qualcuno che il tramway per la stazione Centrale non l’ha preso mai: al bar tabacchi, una volta, una signora un po’ vecchia, un po’ acciaccata e un po’ cicciona me l’ha raccontato: lei, lì, nella Corte dell’America c’era nata: partorita in casa, solo con l’aiuto d’una cugina di mamma, ché non conoscevano nessuno. Nascendo lei tutto all’improvviso, i suoi genitori cambiarono programma: niente tramway, niente treno per Genova, niente piroscafo. Anche America… niente. Fecero gli emigranti lì: tra Milano e Crescenzago, quasi in fondo a via Padova. Invece, io, l’altro giorno, ero nel mio solito cantuccio, in un angoletto della Corte: dove c’è una pietrona comoda per sedersi e pensare un po’ all’America, guardando il via vai. Ma tenevo altro per la testa: c’avevo il regalo della mia innamorata: da studiarlo, da esercitarmi un po’: roba abbastanza complicata.
Avevo cercato di dissuaderla, ma lei è fatta così: quando si mette in testa una cosa… manco il Padreterno! Così carezzavo il touch screen di quell’aggeggio che sarebbe un super-telefonino, che dentro ci puoi vedere l’internet, la posta e un sacco di belinate che non userò mai perché non le capisco. Insomma, una combinazione pazzesca: pensavo i miei soliti pensieri americani, con gli emigranti italiani puzzoni, la traversata e tutto quanto e intanto aprivo la mia posta elettronica con ‘sto telefonino spaziale: la casella era zeppa di messaggi della lista del Migrants Global Action Day. L’email più lungo  era arrivato dall’America. Proprio in quell’istante, roba da non crederci! Il compagno del May Day Committee di Boston aveva mandato l’appello per la mobilitazione del 18 dicembre 2011. Firmato da una dozzina di associazioni, coalizioni, comitati attivi in tutti gli stati dell’unione. Molto chiaro: spiega che le ingiustizie sofferte dai migranti si perpetuano a livello mondiale e, per questo, è necessaria una risposta globale, una lotta che va ben oltre i confini degli Stati Uniti, poi descrive le similitudini tra le politiche anti-immigrati negli Stati Uniti e nell’Unione Europea. Non lesina critiche all’amministrazione Obama, nel corso della quale un milione di immigrati sono stati respinti, espulsi, deportati.

Stavo leggendo e s’è avvicinato un ragazzo: uno di quelli lì, giovani, egiziani, pieni di vita. Mi si è seduto accanto senza chiedere permesso. M’ha chiesto qualcosa che non ho capito bene. Gli ho raccontato un po’ di questa iniziativa del prossimo 18 dicembre. Ma mentre gli stavo parlando, è passata la signora che avevo conosciuto al bar tabacchi, un po’ vecchia e cicciona e un po’ malandata. Il ragazzo l’ha salutata. Così: “Ciao, America!”. Ci son rimasto di sasso. Più impietrito della pietra su cui sedevo. Ma solo per un attimo. Mi son messo presto in movimento per andare da qualche parte che non mi ricordo più. Sul bus, continuavo a pensare alle Americhe: da Boston al civico 275 di via Padova.

(originariamente pubblicato dal quotidiano on-line Il Dirigibile col titolo “Americhe”)

IL SATELLITE

January 17th, 2014 by Pabuda

Se in orbita esistesse un satellite intelligente e umanamente sensibile, sorvolando la Terra, sarebbe in grado di individuare le traiettorie che le donne e gli uomini, i bambini e gli anziani percorrono sulla superficie del pianeta nel corso dei loro spostamenti migratori, dei viaggi alla ricerca d’un futuro migliore del presente, delle fughe da guerra e miseria, delle peregrinazioni a caccia di sogni da tramutare in realtà,  ma anche a causa delle “delocalizzazioni umane” e degli sfollamenti. Poi un potente computer, dotato d’un misterioso software capace di tradurre graficamente le onde sentimentali che sprigionano milioni di esseri umani, disegnerebbe ciò che ha captato l’anima emotiva del satellite: una serie quasi infinita di linee, alcune quasi rette, altre formate da segmenti di varia lunghezza e disposte verso differenti direzioni, la maggior parte assai contorte, molte spezzate in coincidenza di mari o deserti. Sono tantissimi tracciati, sottili e fragili come fili di ragno, con una differenza però: sono colorati, d’un numero indicibile di tinte. Ci vorrebbero milioni d’arcobaleni per spiegarveli. Lasciamo perdere. Una volta disegnata questa fitta rete, che non è altro che l’immagine grafica semplificata delle migrazioni, delle deportazioni e degli esilii, il software piazzerebbe dei pallini luminosi al principio e alla fine di ciascun percorso, a segnalare le case che si son lasciate e le nuove. Le lucine collocate in quest’infinità di punti sarebbero d’altri colori ancora. Molto espressivi: i colori della speranza e della vitalità, quelli della paura e della sfida, i colori della determinazione e del coraggio, della dignità e dell’umiliazione, i colori della fatica e della gioia, ma anche della delusione e della rabbia, quelli della solidarietà e quelli della curiosità. Praticamente, di tutti i colori delle migrazioni. Questo satellite non esiste. Figuriamoci!

AMORE IN GOLA (Short Tale)

October 30th, 2012 by Pabuda

ROSE MOLTO FITTESul lato meridionale della casetta occupata di via Gola era rimasta una zona completamente incolta, dove lo sviluppo della vegetazione era stato lasciato da chissà quanti anni completamente al caso e ai capricci della natura e dei venti e forse di qualche inaspettata esondazione del canale che scorreva non lontano. L’idea era di radere al suolo tutto quanto e creare uno spazio che somigliasse a un pista da ballo campagnola, per la grande fiesta del colectivo. Un’intricata piccola foresta di pioppi rachitici e sbilenchi, bagolari spaccasassi, edere d’acciaio, sambuchi, acacie e salici deformi quasi ripiegati su se stessi, felci, ortiche e robinie soffocanti andava spazzata via. Tra i rovi e i cespugli non mancavano la spazzatura e resti di varia origine: tutto da eliminare scrupolosamente.

Il gruppetto di immigrati incaricato di far piazza pulita non risparmiò energie. Los compañeros, più Oscar ed Elvezia a dar man forte, si diedero un gran daffare con gli arnesi che aveva recuperato Splendida per l’abbisogna. Lo fecero in allegria, chiacchierando e sbuffando e ridendo e smoccolando e cantando e sudando copiosamente. Miguelito, per niente ostacolato dal voluminoso panzone tipico del super-bevitore di birra, dava colpi a destra e sinistra con una specie di machete dalla lama vistosamente danneggiata, ogni due per tre tracannava un po’ di birra Cristal, prelevata dalla sua riserva personale; Marcos si accaniva sui tronchi delle piante più grosse con un saracco, l’unica vera sega da boscaiolo a disposizione, mentre Magdalena, tra quegli uomini sudati a torso nudo, faceva un figurone: nel suo mini-bikini da infarto, assestava, quasi danzando, chirurgici colpi d’accetta per demolire il tenacissimo reticolato di rovi ed edere abbarbicate. Akhmed, uno dei pochi arabofoni del gruppo, a testa bassa, affrontava i problemi alla radice, infierendo a colpi di roncola alla base di sambuchi e robinie. Completata la prima fase di devastazione, roba che manco col napalm… la rumorosa combriccola passò a sradicare i monconi di pianta ch’erano rimasti e si dedicò a spianare la radura rimasta sgombra: nel giro di altre quattro ore fu trasformata in una piccola pista da ballo in terra battuta, come da piano. Terminato il lavoraccio, tutta la squadra di improvvisati operatori forestali si rifugiò in casa per rinfrescarsi e riposare un po’. La famigliola occupante s’era dileguata. La “squadra disboscamento” invase la villetta. Non c’è bisogno di specificare chi ritenne che la miglior cura per riprendersi da quella faticaccia fosse una colossale bevuta di cerveza. Tutti approvarono. I frigo (peraltro, ben forniti) furono svuotati delle birre di varie marche. Meno prevedibile, invece, fu lo show offerto dalla strepitosa Magdalena che, tra un’ingollata e l’altra, tra un brindisi e qualche rutto celebrativo, sfoderò il suo repertorio di cumbia, techno-cumbia e chicha, con ancheggiamenti e vortici di ombelico da far resuscitare i morti. Ad  Akhmed stava per venire un coccolone, di fronte all’esercito di birre schierato  sul tavolo e alle prodezze danzerecce della giovane amazzonica. Si scaraventò su una poltrona e, accettando una peccaminosa lattina di birra del discount, valutò che, tutto sommato, un po’ di haraam se l’era meritato anche lui. Così, peccò e bevve alcol, per conto suo ma con una certa leggerezza e con gusto. Il Grande e Misericordioso avrebbe chiuso un occhio, pensò. Oscar ed Elvezia, che non avevano questo genere di preoccupazioni teologiche, invece, quasi senza accorgersene, si ritrovarono pericolosamente vicini, praticamente appiccicati, sul divano.

Oscar ci aveva pensato più di una volta. Non ne aveva mai fatto un’ossessione, però. Elvezia era molto attraente e, a occhio e croce, doveva essere una tipa abbastanza portata e di larghe vedute. Ma il fatto che fosse la figlia di Gildo l’aveva sempre, un po’ inspiegabilmente, trattenuto da qualsiasi tentativo di farsi avanti. Quando ci aveva pensato, si era detto che  al “momento X” avrebbe dovuto farsi trovare nelle migliori condizioni possibili: perfettamente sbarbato, ben lavato e pulito e abbondantemente profumato con la sua colonia preferita. Roba economica ma classica e, a detta di alcune sue  partner del passato remoto, irresistibile… con quel lieve ma ben distinguibile aroma di mandorla. Roba di un secolo fa, comunque. Roba della sua vita precedente. Roba al di là dell’Atlantico. Ma quando si presentò l’occasione (e Oscar l’occasione la riconobbe con una certa prontezza) le condizioni non erano affatto ottimali. Era lercio e accaldatissimo, con addosso un forte odore di terra, erbacce e sudore.  Ma, come capita sovente, tutto cominciò inaspettatamente, per gioco. Il caldo. Le birre una via l’altra. “Vieni qui che t’aiuto a rimetterti in sesto. Ma guarda che tra i capelli ti è rimasto mezzo bosco…”. “Miras que…. Anche tu tienes un… monton de paja nei capelli.” Poi… il passo da una specie di affettuosissimo grooming all’inizio d’un affannato denudamento fu breve. Interruppero bruscamente la reciproca svestizione quando s’accorsero di non essere soli. Oltre ad Akhmed, sprofondato nella poltrona e in chissà quali sogni, c’era un tizio che silenziosamente e scrupolosamente stava raccogliendo lattine e bottiglie vuote, uscendo e rientrando dalla porta-finestra che dava sul giardino.

All’unisono si paralizzarono, come in quel gioco… come si chiama? Un, due tre, stella! Dopo di che, dando qualche occhiata di qua e di là, si alzarono dal divano, uno coi malconci pantaloni di velluto marrone a mezz’asta che gli impedivano di camminare disinvoltamente e una camicia a quadri rimastagli addosso solo per metà, l’altra col vestitino viola tutto arruffato. Saltellando e reggendosi a vicenda, abbandonarono la cucina-soggiorno un po’ troppo popolata e si rifugiarono in un’altra stanza, la prima che trovarono, svoltando a destra nel corridoio, dove uno sterminato lettone fu l’unico testimone dei successivi sviluppi. Rotolandoci sopra, prima per un verso poi per l’altro, quasi a volerne misurare l’estensione a ruzzoloni, i due si stringevano e poi si scostavano un poco: per baciarsi con foga improvvisa, per guardarsi in faccia stupefatti e divertiti. Oscar sorrideva a mezza bocca producendosi in una smorfia che lui intendeva  per metà di sorpresa e per metà maliziosa ma agli occhi di Elvezia risultava solo irresistibilmente buffa. L’espressione del viso di lei, invece, non poteva essere fraintesa né richiedeva interpretazioni: il sorriso aperto e quel luccichio dorato che le illuminava gli occhi verdissimi esprimevano allegria senza remore. A un certo punto, si scrutarono per un attimo rapidissimo, come se, nella testa di entrambi, qualche dispositivo mentale misterioso avesse voluto scattare un’istantanea. In men che non si dica ripresero a sbucciarsi, a cavarsi l’un l’altro gli indumenti: lo facevano abbastanza rapidamente ma senza foga o frenesia: pur senza dirselo, avevano concordato che valeva la pena gustarsi quel gioco. Il leggero vestito di Elvezia fu il più rapido a sfilarsi e a volar via, posandosi ai piedi del letto. In questo modo, fu lei a trovarsi per prima liberata dall’impiccio del tessuto, per quanto leggero. Ne profittò per mettersi a cavalcioni di lui, all’altezza della cintura, sollevando e distendendo il busto e le spalle, poi allungando anche le braccia, in un movimento che mimava l’atto di stiracchiarsi ma – pensò il troppo pensieroso Oscar – risultava in una posa che comunicava la presa del controllo della situazione e una gioiosa mostra di sé e del proprio corpo. O, forse, come in un gioco di bambini, significava: “Primaa! Sono arrivata prima! Mi son spogliata più alla svelta di te! Uno a zero!”. Solo in quell’istante lui realizzò che la stanza, nonostante le tendine a fiorellini, un po’ da casetta di Haidi, era completamente illuminata dal potente sole estivo. Spalancò gli occhi e, in preda a una certa eccitazione, prese mentalmente nota del meraviglioso contrasto cromatico che produceva il reggiseno viola con la pelle bianchissima di lei, qua e là punteggiata da costellazioni di lentiggini, minutissime.  Contemporaneamente, o nell’istante immediatamente successivo, si rese conto anche lei di essere inondata di luce solare come se fosse sotto i raggi d’un proiettore potentissimo e parve reagire a quella fulminea constatazione accentuando i suoi movimenti, l’estensione delle braccia e l’esibizione del proprio petto, ancora in buona parte trattenuto dal reggiseno. All’improvviso, ritrasse le braccia a sé, portandole a coprirsi, in una simulazione di pudore. Ma, in un nano-secondo, le mani scomparvero dietro la schiena, per slacciare il gancetto del reggiseno. Oscar, come chiunque l’avesse guardata anche solo di sfuggita, sapeva di quella dote femminilissima di Elvezia, ma davanti allo spettacolo che gli stava offrendo ebbe per un gradevole istante il dubbio di perdere la ragione, biascicò un paio di volte senza emettere alcun suono e rimase a bocca aperta e occhi sgranati. S’era immaginato qualcosa del genere ma non poteva figurarsi ciò che stava fissando inebetito: due strepitosi seni grandi e candidi, i cui capezzoli erano disegnati con un color rosa che neanche nelle favole. Elvezia rise a lungo, di un riso a pieni polmoni, largo e sonoro, lasciando che le risate provocassero vistosi sobbalzi e ondeggiamenti dei bei seni, chiari e abbondanti. Oscar non rise. Era stralunato e beato. Fu sfiorato da un dubbio appena percettibile ma acuto: “Sto facendo la figura del coglione?”. Incredibilmente, intanto, lei si trovò a chiedersi: “Penserà che sono scema?”.  Risolsero le rispettive, risibili inquietudini travolgendole in un abbraccio di cui non si sarebbero creduti capaci, tanto fu deciso, muscolare, energico. Manco fosse l’ultimo! Sapevano benissimo che era solo il primo, eppure si stringevano da togliersi il fiato. Elvezia impose un movimento che li fece rotolare, strettissimi, fino al bordo del letto, sulla destra. Insieme si resero conto che avrebbero potuto capitombolare sul pavimento e s’arrestarono appena in tempo. A lui sfuggì la solita immancabile esclamazione bisillabe: “pucha!”. A quel punto una nuova risata di lei, ma diversa da prima, contagiò pure Oscar.

Mescolandosi, le risate dei due presero un’unica forma, si fusero in una ridarella quasi bambinesca, mentre gli sguardi si soffermarono in una comunicazione del tutto nuova: Elvezia e Oscar si guardavano con occhi esplicitamente complici, sfacciatamente maliziosi. Si guardavano, si rimiravano l’un l’altro per lenti secondi, poi, ancora, riprendevano a rotolarsi, stringendosi per allontanarsi un po’ dopo, abbracciandosi e ruzzolando. Parevano due cuccioli di tigre impegnati in una zuffa di quelle per scherzo. Ma non erano cuccioli già da un pezzo: quella specie di fiatone che li prese non era un time-out per recuperare ossigeno: erano le prime onde del desiderio che, generandosi dalla pancia e dalla testa di entrambi, cominciavano a traversare  i corpi di lei e  di lui, come in una manovra d’accerchiamento: da giù e da su mobilitate a investire cuore e polmoni: solo gli esordi della mareggiata che s’annunciava.

Con poche rapide e accorte manovre Elvezia riuscì a prender possesso dei pantaloni di Oscar, per appallottolarli e spedirli a far compagnia al vestitino viola. Lo fece con tale decisione e delicatezza insieme che Oscar ebbe solo una vaga cognizione di ciò che era accaduto. Certo, per un attimo sentì un po’ più freddo alle gambe e lì in mezzo. Quella sensazione svanì appena Elvezia si sdraiò su di lui riuscendo con incredibile precisione a realizzare un morbido contatto speculare. Spalle contro spalle, petto su petto, pancia sopra pancia, pube poggiato a pube, le cosce di lei a premere leggermente su quelle di lui. Un altro piccolo gioco dentro a quel gioco che con sempre maggiore trepidazione desideravano  far diventare grande almeno quanto il lettone su cui giacevano.

Fu ancora una volta Elvezia a cambiare le carte in tavola: quasi di scatto tornò ad ergersi sulle ginocchia, ben piantate ai lati del bacino di Oscar. Nel farlo, dio solo sa come, riuscì a liberarsi delle mutandine. Una piccola performance dell’Elvezia acrobatica! Quindi, in un attimo si pose china sul corpo di lui, in una posizione che ricordava quella della salāt, con la fronte che sfiorava l’addome del maschio. Chissà perché quel parallelo con la preghiera musulmana le traversò fulmineamente le regioni neurali della fantasia. Già che le era venuto in mente, senza pensarci davvero, accentuò spudoratamente questa disposizione adorante e prese a venerare quel corpo che sino a qualche mezz’ora prima le era quasi sconosciuto: avvicinando il volto e la bocca spalancata alla pelle di Oscar, alitandovi sopra quasi rumorosamente e chiudendo le labbra solo per distribuire morbidi bacetti, senza tanta enfasi, qua e là. Ma, appena scorse i graffi e le feritine che Oscar s’era procurato durante i lavori disboscamento e che gli rigavano buona parte del petto e le braccia, s’inventò un altro gioco e un’altra preghiera: tirò fuori la lingua e prese di mira quelle minime escoriazioni e quei sottili taglietti: per curarli: all’inizio con timide e scherzose leccatine, poi con umide carezze sempre più calde e insistite. Il “ferito” fu preso completamente alla sprovvista. Gli parve di sentire una voce, cioè… una specie di voce proveniente dal fondo dello stomaco: diceva, con cadenza incerta e tono completamente imbambolato: “Ehe? …ghehh? …do… dove sono? Ch.. che succede? Chi è?”. Preferì, saggiamente, non darle eco e non ripetere davvero quei versi e quelle mezze parole da idiota. Se ne rimase afono, respirando profondo, godendosi la cura imprevista e lasciando che l’eccitazione si riverberasse in ogni angolo del suo corpo, attraverso piccoli tremiti, come dei brividi… fatti di una sostanza intangibile  eppure calda tiepida consistente. L’epicentro di quel piacevolissimo sconquasso era tuttavia celato  sotto le mutande, dove si produsse una sempre più convinta erezione, tanto da non poterla dissimulare (ma perché poi?). Lei, come in tutte le cose che fa nella vita, fu particolarmente scrupolosa. Non lasciò che neppure il più insignificante graffietto rimanesse privo del suo goccio di saliva, abbandonato a se stesso senza almeno una leccata, un bacio, un micro-massaggio a labbra morbide. Ogni centimetro della pelle di Oscar conservava l’odore e il sapore di qualcuna delle piante contro le quali aveva combattuto poche ore prima. A Elvezia sembrò che i graffi e le piccole ferite avessero trattenuto più gelosamente questi aromi. Ma forse era solo una sua idea. Fatto sta che pareva non stancarsi mai di leccare l’uomo che stava sotto di lei. Era curiosa, però, di vedere che faccia faceva. Così, ogni tanto si interrompeva un poco, alzava appena la testa e lo sguardo per scorgere il viso di Oscar. Oppure si alzava di nuovo sulle ginocchia ed  esaminava sfacciatamente l’oggetto delle sue cure. Lo sguardo di Elvezia non aveva più quella luminosità giocherellona e spensierata di prima: s’era fatto voluttuoso e avido ma, a tratti, anche allusivo e promettente: diceva: “Ragazzo mio, ti tirerò via tutto quel che mi piacerà leccare, saggiare e succhiare ma, in cambio, ti regalerò, adesso, tra poco, sensazioni che non hai mai immaginato di poter provare, in questa vita”. Così impegnati nel comunicare messaggi di sfida talmente intensi, eccitati e caldi e umidi e impegnativi, gli occhi le si velarono leggermente di lacrime: non riuscirono mai a guardarlo davvero in faccia e portare a termine i compiti d’osservazione analitica a loro assegnati. Eppure, quel poco delle funzioni raziocinanti rimaste all’erta nella mente piacevolmente scombussolata della nostra bella Elvezia riuscirono a captare una visione piuttosto dettagliata dell’uomo sdraiato sotto di lei: un torso magro ma non scarno, quasi completamente glabro, fatto salvo per pochissimi peli intorno ai capezzoli bruni e piccoli e per i ciuffetti minimi sotto le ascelle. Si notavano un po’ le costole, soprattutto quando la cassa toracica faceva un po’ su e giù, sottolineando  un respiro profondo, leggermente in affanno. Il colore della pelle era brunito, come certi metalli scuri. Non sembrava il fisico di uno sportivo. Semmai, forse, Oscar aveva fatto un po’ la fame, in qualche periodo della sua vita. Elvezia non scorgeva muscoli pettorali gran che sviluppati. Anche le braccia sembravano un po’ striminzite, benché avesse percepito che avevano una bella forza, quando erano abbracciati e si stringevano. Invece, le gambe erano ben muscolose: cosce quasi poderose e polpacci tosti. Potevano essere d’un calciatore. Ma le sembrò più probabile Oscar fosse stato un gran camminatore. Carezzò più volte quelle gambe: dall’alto verso il basso e poi di nuovo, in su. Erano pelose. Ma non troppo. D’un pelo gradevole da carezzare. Sulle gambe c’era qualche graffio. Lo si sentiva anche passando la mano con leggerezza. Non ci aveva pensato, prima. Così, decise di curare anche quelli. Baciandoli e leccandoli. Mentre lo faceva, immaginò fosse stato affidato alle sue cure, alle sue mani, alla sua bocca e alla sua lingua una specie di San Sebastiano. Il martire trafitto dalle frecce. Sentì un fremito percorrerla e un calore umido tra le cosce.

Il trip erotico-mistico stava, a questo punto, rischiando di sovrastare le più spontanee e genuine propensioni di Elvezia. Vi pose fine con gesto semplice: liberò il pene di Oscar dalla costrizione delle mutande. Lei censurò un sorriso, mordendosi il labbro inferiore. Non voleva in alcun modo ferire le pretese di virilità del simpatico Oscar. Tutt’altro! Il fatto è che l’uccello dell’amico peruviano, fuoriuscendo dalla trappola degli slip, in virtù d’un’indiscutibile e  cocciuta erezione,

dopo essere stato affettuosamente accompagnato in una posizione un po’ innaturale, era tornato, con un buffo movimento elastico immediato, a poggiare sul pube e la pancia. Le parve addirittura che avesse fatto “doing”, ma quelle cose succedono solo nei cartoni animati!

Inghiottì l’inopportuno accenno di sorrisetto e, per evitare inutili rischi di fraintendimento, modificò completamente la propria posizione: s’accocolò tra le gambe di Oscar, inducendolo con lievi spintarelle del sedere e delle cosce a destra e a sinistra ad aprirle per farle spazio, poggiando poi la testa sul lato destro del bacino di lui, con lo sguardo rivolto verso quel pene incaico che, nonostante tutto, si manteneva rigido e vigile. Per qualche interminabile secondo lei non si mosse, con tranquillità esaminò quel coso e, tra sé, fece qualche rapida e sintetica considerazione: “Caspita! Non è grosso… ma… è proprio lungo! E poi… è scuro. È scurissimo! Beh… bello!”. A un’analisi ravvicinata non presentava graffi o danni di alcun genere. Elvezia valutò che non era necessario sottoporlo alle medesime cure che aveva dispensato a quasi tutta la superficie del corpo di Oscar.

O per lo meno, non ve n’era alcuna urgenza. Si limitò a tenerlo sotto osservazione. Cioè, lo guardava e… lo annusava un po’: aveva un buon odore. Lasciò trascorrere ancora un po’ il tempo osservando l’erezione di Oscar. Si sentiva… come dire… lusingata per quell’indubitabile manifestazione di apprezzamento. Sapeva che, a lungo andare, poteva risultare anche un po’ dolorosa. Improvvisamente, si levò di nuovo: prima si mise in ginocchio: per afferrare con la mano destra l’oggetto delle sue curiose osservazioni e carezzarlo e stringerlo senza esagerare, poi, cercando di mettersi in equilibrio poggiando i piedi appena discosti ai lati del corpo disteso di Oscar, si portò nella posizione ottimale per guidare e accogliere dentro di sé il sesso rigido dell’amico. Si sistemò in modo che s’infilasse tutto e fu lieta di constatare che aveva visto bene: l’aggeggio oscariano non era ingombrante, s’era intrufolato in lei senza difficoltà e lo sentiva raggiungere profondità che i partner usuali non erano soliti visitare. Assecondò quella penetrazione gentile e ardita: muovendosi come la risacca del mare, a onde piccole e poi più distese interrompendosi improvvisamente per provare a stringere l’ospite che aveva in lei. Ebbe la quasi completa certezza d’essere in grado di sentirlo tutto, apprezzandone molto distintamente la tensione. Riuscire a trattare a quel modo il cazzo di Oscar, godendoselo, le fece provare un particolare senso di soddisfazione. Anche oscar era soddisfatto e, ora, lo mostrava sorridendo. Elvezia allentò la presa per un attimo. Il suo compagno, ne approfittò per prendere fiato. Appena in tempo: il movimento che poco prima sembrava disegnare  l’andirivieni dell’acqua marina presso il bagnasciuga prese a crescere inventando più decise increspature, poi onde incessanti e ripetute, di varia imprevedibile ampiezza e portata. Non mancarono imbizzarriti marosi oceanici.

L’uomo su cui si scatenò tale amorevole mareggiata non fece l’errore di resisterle: si fosse impietrito come diga foranea sarebbe stato schiantato senza alcun godimento e non avrebbe restituito alcunché  alla travolgente Elvezia. Invece, si trasformò in vascello pirata e riuscì a destreggiarsi tra le ondate e i marosi, assecondandoli e lasciandosi trasportare. Eppure si illuse d’esser lui a stabilire e mantenere la rotta. Ci pensò e il pensiero fu travolto da un cavallone marino, poi un’altra ondata e una raffica di onde più piccole. Avete presente quei luoghi magici dove s’incontrano due oceani, come al largo del Capo di Buona Speranza? Ecco lì si produce una sommessa tempesta, un rimescolamento che rende gli oceani indistinguibili: ora, sul lettone, fatte le debite proporzioni, stava accadendo qualcosa di simile.

Ovviamente, Elvezia e Oscar non si perdevano in questo mare di pudiche metafore. I loro cervelli, come i loro corpi, erano presi da qualcosa di molto più interessanti: era tutto dannatamente, deliziosamente vero.

Non c’era bisogno di pensare. Per essere più precisi:  le  volute cerebrali non erano intasate dal solito traffico di pensieri modesti, informazioni insignificanti o inutili, ricordi confusi, timori, preoccupazioni, speranze infondate, progetti inconcludenti: i cervelli dei due erano come… in comunicazione diretta, grazie a una qualche connessione magica. Ma ci si deve fermare qui: è possibile riferire solo ciò di cui fu testimone il lettone. E un lettone, per quanto grande, accogliente ed esperto in faccende di sesso, non poteva intercettare e interpretare quel che passava per la testa dei due. Al massimo, il lettone percepiva i movimenti: Oscar che accoglieva le onde rotonde, rincorreva le ondate più lunghe e distese, quelle buone per il surf, mentre ad altre, che eran delle specie di domande, lui rispondeva come poteva, con piccoli movimenti assertivi del bacino: rispondeva con brevi raffiche di sì pelvici. Elvezia che, senza fare alcun calcolo, di tanto in tanto, creava, come dal nulla, imbizzarriti marosi atlantici, alcuni quasi montagnosi e poi ripidi a capofitto.

Sinché, come per incanto, tutto si quietò e il lettone sentì su di sé due corpi naufragati, pieni di premure reciproche: si coccolavano, leccandosi un po’, delicatamente, a vicenda, senza sorprendersi di percepire sulla lingua un distinto sapore di sale marino. Dopo di che rimasero stesi, proprio come due naufraghi esausti, stesi sul letto in una posizione curiosa: discosti l’uno dall’altro, solo le teste si toccavano. Se li si fosse potuti osservare dall’alto, si sarebbero visti i loro corpi formare una specie di V. non parlavano né emettevano alcun suono o rumore. Solo che, adesso, pensavano intensamente: lei a lui, e lui a lei. A dispetto dell’immobilità, pensavano pensieri veloci, pensieri piccoli ma inediti, briciole di ragionamenti allegri e trionfanti. Quando sentirono un po’ freddo si riavvicinarono e s’abbracciarono: in un abbraccio morbido e avvolgente, senza stringersi troppo, ma come proteggendosi e a vicenda. Forse si scambiarono qualcosa dei loro piccoli, veloci, incessanti pensieri.

Le lettrici e i lettori più curiosi, oltre a storcere il naso per la piega metaforica presa, proprio sul più bello, da questo lacunoso resoconto, si chiederanno quali accorgimenti anticoncezionali avessero adottato i nostri due amanti. La risposta è: il più diffuso, imbecille e sconsigliabile, nome in codice: “stiamo attenti, eh?”. In quell’occasione funzionò. Ma chiudiamo subito questa parentesi e torniamo ai nostri eroi sul lettone: solo quando il sole cominciò a calare e l’oscurità s’impadronì gradualmente della stanza, Elvezia e Oscar smisero di pensare e s’appisolarono. Anzi: dormirono. Ora sì ch’eran tornati cuccioli: come ci capita un  po’ a tutti, quando dormiamo. Loro dormivano quieti e lievi, respirando il minimo. Il sonno leggero dei naufraghi fu interrotto dall’arrivo di gente, sempre più gente che prese possesso del giardino per gli ultimi preparativi della festa.

VISITA DAL MEDICO LEGALE

October 27th, 2012 by Pabuda

CRANIO LEONARDO X VISITA DAL MEDICO LEGALEOggi ci avevo la visita dal medico legale nominato dal tribunale dove ci ho in ballo la causa perchè le merdacce m’han tolto l’assegno di accompagnamento o invalidità o come cazzo si chiama. La mia amata (la Gio) molto gentilmente si offre d’accompagnarmi ed effettivamente m’accompagna, di fatto. Arrivati allo studio mi consegna a ‘sto dottore perito medico legale. Il tipo (gentile ma tignoso) mi fa una visita della madonna: un’ora a farmi il solletico di qua e di là, cammini fin lì, torni indietro… ma come mai è strabico? e la mano? la muova un po’… la mano non ci pensa neanche. Muova un po’ il braccio… accavalli le gambe se può, e adesso con cosa la sto toccando? Intanto, un sacco di domande del cazzo, tipo: è sposato? divorziato prima o dopo l’ictus? ma dorme col pigiama? No, in mutande! A che ora si alza? E che fa appena alzato? E per far la pipì ha bisogno d’aiuto? usa la cintura? No… non potrei chiuderla con una mano sola… E i lacci delle scarpe? Naah: niente lacci, velcro! E per mangiare una bistecca come fa? Me la taglia la signora Rosa, sennò rimango a guardarla la bistecca! E la signora Rosa sarebbe la badante? Sì, una specie. Più precisamente è la mia ex-suocera che ora è coinquilina e ci aiutiamo a vicenda. Il dottore legale perito va un  po’ in confusione (ha visto la Gio che m’ha accompagnato e magari pensa che quella è la badante mia, mica il mio amore…) e chiede: è giovane? Eh? Chi?… la ex-suocera Rosa? Io lo guardo pensando eccheccazzo ne sa ‘sto qua se è giovane la Rosa… e ci dico: beh insomma… ci avrà 65 o 67. E la meningite era virale o batterica? E chi si ricorda! dico io. Poi però l’uveite di Fuchs… il cristallino fottuto o il nervo ottico (vede, lì c’è il referto)… Avrei pure, per completare, una simpatica epilessia, che controllo chimicamente. Lui non ci capisce più una minchia e mi dice: vabbé per me basta così. La Rosa mi sbuccia anche le mele e mi fa il letto anche, dico. Ma la visita è finita. Il tipo “depositerà le sue conclusioni presso il tribunale entro il 10  gennaio prossimo”. Cosa scriverà? “Ho mal di testa”?