UNA MIA CONOSCENZA

November 30th, 2016 by Pabuda

conosco ‘sto scrittore
che non conosce il blocco   uomo-tatuato-pavel-tchelichev-per-una-mia-conoscenza
dello scrittore:
conosce e pratica
la sospensione,
lo scantonamento,
il rimando, la deviazione:
forse è una fortuna,
forse una maledizione,
forse fa così perché
non è un vero scrittore…
colla licenza, il porto d’armi,
l’agente e un contratto:
però scrive sempre,
praticamente:
è un dato di fatto:
scrive quando legge, scrive
mentre dorme,
scrive disegnando,
ascoltando & parlando.
scrive quando gli pare e piace:
scrive se gli pare e se gli pace.
diversamente,
legge & dorme & ascolta
& disegna.
lo conosco fin troppo bene
‘sto scrittore permanente:
non lucrandoci un centesimo,
è tranquillo e beato
colla sua scrittura:
certe volte, è talmente
sicuro e sereno e sfacciato
che a me fa un po’ paura.

..

L’Uomo Tatuato di Pavel Tchelichev riprodotto nell’illustrazione somiglia solo molto vagamente allo scrittore in questione

ORDINE & DISORDINE

November 30th, 2016 by Pabuda

devo dirlo:
non mi piacciono
gli scrittori disordinati:
la costruzione d’uno scritto,   quadrato-rosso-2-firmato-lissitzky-1922-per-ordine-disordine
dopo tutto,
dovrebbe sottostare
a certe regole:
come serve un certo ordine
per far sopravvivere
una semplice frase,
una volta sputata di bocca.
soprattutto,
se a posteriori
(intendo dire: una volta
ch’è bello fatto e finito
e colle buone o le cattive
è uscito
dall’impossibile casa
dello scrittore),
si pretende ch’io lo legga
quello… scritto,
traendone
un qualche genere di piacere.
so che degli scrittori
sostengono di scrivere
per sé soltanto
e non per i lettori:
per placare una specie di smania
che li prende, periodicamente.
altri, per dei motivi impellenti
d’avanguardia,
voglion fare nuovi esperimenti.
liberissimi: figuriamoci!
ma non potrebbero avere almeno
la compiacenza
di… conservare quei fogli
in un ben serrato cassetto buio
della loro sbilenca scrivania
o di ficcarli sotto
il cumulo di biancheria da lavare
che giace da settimane
nell’angolo a destra
della bisunta finestra?
o d’incastrarli a forza
nello scomparto pieno di briciole
appena sotto la vetrinetta
della credenza?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA LUCE, IL BOSCO E SUA MADRE

November 30th, 2016 by Pabuda

La saggezza non appartiene unicamente al nostro popolo, ma credo che abbia un senso più profondo per  copertina-tra-me-e-il-mondocoloro nati da uno stupro di massa, i cui progenitori sono stati divisi in greggi e separati per legge. Ti ho insegnato ad avere rispetto per ogni singolo essere umano, e quel rispetto deve essere esteso al passato. La schiavitù non è un indefinito agglomerato di carne. È una singola e ben precisa donna schiava, la cui mente è attiva quanto la tua, la cui capacità di sentire è vasta quanto la tua; a cui piace come un raggio di luce al tramonto illumina un particolare punto del bosco, che ama pescare in quel tratto di fiume vicino al ruscello, che vuol bene a sua madre nella sua unica, particolare e complicata maniera, e pensa che sua sorella parli troppo, e ha un cugino preferito, una stagione preferita, è brava a cucire i vestiti, e che sa, dentro di sé, di essere intelligente e capace quanto chiunque altro. “Schiavitù” è questa stessa donna nata in un mondo che proclama a gran voce l’amore per la libertà e lo dichiara nei suoi testi fondamentali, un mondo in cui quegli stessi professori fanno di questa donna una schiava, di sua madre una schiava, di suo padre uno schiavo, di sua sorella una schiava; e quando questa donna sbircia nel suo passato delle generazioni precedenti, tutto ciò che vede sono altri schiavi.

da “Tra me e il mondo”, Ta-Nehisi Coates, pagg. 92-93, Codice Edizioni.

Anche grazie alla lettura del bellissimo e potente libro di Coates, il Pabuda – dovendo sospendere momentaneamente la scrittura di “Facce Nere” per cause di forza maggiore (cervello ingrippato) – ha pensato di riprendere a lavorare su un vecchio progetto che aveva accantonato. Sempre di corpi scuri si tratta. Ma per melanina e schiavitù, non per carbone.

ANCHE SE

November 25th, 2016 by Pabuda

il giorno quattro
del mese natalizio
voterò (al cosiddetto       no-di-walt-kelly
referendum)
quel che mi risulta
più dignitoso
per chi ancora
ha conservato un pizzico
di senso del giudizio:
crocerò
un monosillabo simpatico,
facendo bene attenzione
non contenga
due insidiose lettere –
ricorrenti fino alla noia
nel gergo tartufesco
della cosiddetta
buona educazione –:
la cigolante vocale “i”
e l’ambigua
consonante “esse”.
farò così anche se, ormai,
il grosso del danno
è stato fatto:
la dozzinale
ma chiassosa sarabanda
messa in scena
dal piazzista toscano
e dalla sua batteria
di ben pasciuti & ammaestrati
pubblicitari-ministri
e prestigiatori-“giornalisti” –
a questo punto dello spettacolo –
ha del tutto intossicato
il flaccido corpaccione
del già non molto acuto e reattivo
“popolo italiano”:
‘sta merda di…
– come chiamarlo? –
populismo pubblicitario?
qualunquismo marchettaro?
autoritarismo
plebeo-ma-aristocratico?
interclassismo
iperclassista di nascosto?
mercantilismo parà-politico?
analfabetismo saputello? –
assunto in dosi massicce
per via orale,
oculare, auricolare, anale
endovenosa & intramuscolare
intradermica, ipnotica
& subliminale,
sottocutanea, parenterale –
ha raggiunto, assediato
e devastato
l’avanzo minimo
di cervello metaforico
rimasto al suddetto popolo
(già ridotto, per incuria,
disuso e atrofia,
a una robina davvero piccina:
diciamo: della dimensione…
d’una nocciola)
in grado, ormai, di pensare
a una cosa sola:
“che c’è di nuovo, di giovanile,
di fico-cool, di consegnato a casa
senza muovere il culo
(e collo sconto promozionale)
on line da comprare?”
..

(il sontuoso NO dell’illustrazione è dell’indimenticabile “papà” di Pogo, Walt Kelly. Il maniacale Pabuda archivista ne aveva conservato un ritaglio. Per ogni evenienza)

POST-MODERN POLITICS

November 25th, 2016 by Pabuda

c’è quella fregola
amministrativa efficentista,   alf-gaudenzi-scenografia-per-post-modern-politics
c’è quel colpo al cerchio
poi alla botte,
c’è quel mistico realismo
che tutto perdona, ammette,
subisce, giustifica, accetta…
al posto d’ogni strategia,
d’ogni sogno collettivo,
d’ogni progetto.
c’è quella prudenza
da buon parroco sbronzo,
c’è quel gioco delle tre carte
a sostituire la dialettica,
c’è quel ridotto vocabolario
che traduce “società”
solo e soltanto in: “azienda”,
ogni socievolezza dimenticando.
c’è quella frettolosa miopia
che mette fuori fuoco
fino a far sparire dalla vista
ogni orizzonte d’utopia…
che – com’è noto –
servirebbe a camminare
(niente da fare:
ci si deve lasciar trascinare:
lì per lì, sembra più comodo),
c’è quella dittatura ragionieristica
del mercato sregolato & limitato
agli affari tra grandi trust,
corporation e monopoli
che ha ammutolito
ogni critica
dell’economia politica.
ci sono quelle luci abbaglianti
degli studi televisivi
che illuminano tutto al centro
dell’inquadratura
per far sparire i dettagli decisivi,
i particolari vitali e contraddittori,
gettati negli angoli scuri
come fossero spazzatura.
ecco…
ce n’è abbastanza per farmi detestare
quella cosa
che, con faccia tostissima,
i politicanti post-moderni
seguitano a chiamare politica.

..

(l’illustrazione riproduce un dettaglio di “Scenografia” di Alf Barenghi, ritrovato tra i ritagli del Pabuda archivista maniacale)

ERA TALMENTE

November 23rd, 2016 by Pabuda

Era talmente domenica che veniva quasi la nausea. Maigret amava dire, tra il serio e il faceto, di aver sempre avuto la facoltà di fiutare le domeniche dal fondo del letto, senza nemmeno bisogno di aprire gli occhi.   eglise-sainte-anne-a-porqueroles

Quel che succedeva qui con le campane era straordinario. Eppure non erano vere campane di chiesa, bensì campane flebili e leggere come quelle dei conventi o delle cappelle. Veniva da pensare che la qualità, la densità dell’aria non fosse la stessa che altrove. Si sentiva benissimo il martello colpire il bronzo e produrre una noterella qualsiasi, ma proprio allora il fenomeno aveva inizio: nel cielo pallido e ancora fresco si disegnava un primo anello, che si allargava esitante come una voluta di fumo per poi diventare un cerchio perfetto da cui uscivano per magia altri cerchi, sempre più ampi, sempre più puri. I cerchi superavano la piazza, le case, si espandevano sopra il porto e lontano sul mare dove dondolavano piccole barche. Li sentivi alti sulle colline e sugli scogli, ed erano ancora percepibili quando il martello colpiva di nuovo il bronzo e altri cerchi nascevano e si ricreavano, e poi altri ancora, che ascoltavi con lo stesso stupore innocente con cui si guarda un fuoco d’artificio.

 

da “Il mio amico Maigret”, George Simenon, pag. 125

NOTAI

November 17th, 2016 by Pabuda

notai una volta
(… anche se “sorpresi”    notaio
sarebbe il verbo
più preciso, più indicato) –
nel corso
di una di quelle inutili
ma obbligatorie
sedute notarili –
notai… un notaio
che si ficcava un dito
nel naso.
avendolo beccato
in un atteggiamento
talmente inappropriato,
ero indeciso sul da farsi:
faccio finta di niente
o lo tengo sotto tiro?
dopo qualche
tentennamento,
decisi
per la seconda opzione:
osservai
e mentalmente
registrai, annotai
ciascuna operazione
portata a buon fine
dal notaio sporcaccione:
tutto il lavorio di scavo,
(coll’evidente godimento
allegato a quella pratica:
glielo si leggeva sul faccione)
poi d’un qualcosa l’estrazione
e per finire…
(eh, eh: qui ti volevo,
coglione!)
senza ombra d’esitazione:
della caccola,
estratta e rapidamente
tra due dita
minutamente appallottolata,
la (come dire?) applicazione
sotto il piano ligneo
della pregiatissima scrivania.
proposi e pretesi
che l’accaduto
(che mica era avvenuto
per caso:
il costoso professionista
s’era deliberatamente,
e senza costrizione alcuna,
ficcato quel ditaccio
nel naso)
fosse compiutamente
verbalizzato
nel papiro notarile
che si stava redigendo.
ma il notaio in questione
oppose in vario modo
resistenza,
gli altri clienti presenti
si divisero
in due fazioni equipollenti:
ci fu un bel volar di sedie,
di vaffanculo, di volumoni,
di raccoglitori,
e di risme di carta bollata
ridotta in coriandoli:
insomma: una bella rissa da osteria
presso lo studio notarile,
una scazzottata in piena regola.
tempo dopo, ancora, notai
che s’era sparsa una voce
tra i notai:
diceva la voce:
“quel Pabuda è un pazzo,
lasciatelo perdere o son guai”.

UN SOGNO

November 15th, 2016 by Pabuda

mentre ero in coda
a palazzo di giustizia,
per ritirar delle scartoffie     donna-raggiante
antidiluviane
in tribunale –
annoiandomi a morte
per via dell’aspettare –
ho chiuso gli occhi e le orecchie
e ogni boccaporto sensoriale
e lì,
su due piedi, impalato,
leggermente instabile,
ho fatto un sogno,
russando soltanto un pochino,
a quanto pare.
cosicché, prima d’entrare
in tribunale,
ho sognato d’entrare
in confidenza
con una piacente
signora cinese,
gentilissima e abbastanza
in carne:
nonostante non
l’avessi mai vista
né incontrata
nella vita reale,
immediata e spigliata
è stata
l’intesa sessuale.
ma appena
abbiam tentato
d’imbastire
una conversazione
su qualche snodo cruciale
della storia mondiale,
o su interessanti temi politici
e filosofici,
non ci siamo più trovati:
eravamo:
incomunicabilmente
agli antipodi: niente da fare.
comunque, nel complesso,
come sogno,
non è stato poi male.

QUARANTA PER CENTO

November 15th, 2016 by Pabuda

ieri siamo stati a una festa
tra il civico quarantacinque
e il quarantasette
di via Porpora, a Milano.
ma siamo andati tardi:
era già buio
e non c’era una
lampadina,
le caldarroste
se l’erano spazzolate tutte,
prima.
però una compagna gentile,
colla frangetta,
m’ha offerto l’ultimissimo
mestolo di vin brulé
mentre i due ragazzi
del collettivo dell’alberghiero,
quasi senza fiato ormai,
si scagliavano addosso
le rime avanzate d’un free style
cucinato in fretta.
ci vuole un bel coraggio
a inaugurare, oltre il cortile
ch’è un parcheggio,
una sala di lettura e di studio
tra quei palazzi
d’edilizia impopolare
dimenticati da dio, dall’aler,
dal comune, dal municipio,
dalla croce rossa, dal partito,
dalla lega, dalla legione straniera
dal parroco, dal nunzio apostolico,
dalla provincia
con nuova e ammodernata
denominazione,
dalla regione,
dall’aeronautica, da ‘sta minchia,
dal senato vecchio e nuovo…
ma non dal giudice:
il quaranta per cento
dei domiciliati
sta lì agli arresti domiciliari:
non fa una piega:
le case come prigioni,
il cortile come parcheggio.
ci vuole un bel coraggio:
e ho visto, passando di là:
chi deve avercelo
ce l’ha.ritaglio_love-song

PER FORTUNA…

November 13th, 2016 by Pabuda

per-fortuna