UN POP DI TEMPO FA

April 30th, 2017 by Pabuda

UN POP DI TEMPO FA

MALCOLM X SECONDO C. WEST

April 30th, 2017 by Pabuda

Malcom X ha dato voce alla rabbia nera in una forma che non ha precedenti nella storia americana. Il suo malcom_Xmodo di comunicare questa rabbia esprimeva un forte senso di urgenza e una sincerità piena di audacia. La sostanza delle sue parole insisteva sul cronico rifiuto della maggior parte degli americani di riconoscere la pura e semplice assurdità con la quale devono fare i conti gli esseri umani di origine africana in questo paese, costretti a subire gli attacchi incessanti portati all’intelligenza, alla bellezza, al carattere e alle prospettive future dei neri. Il suo profondo impegno nel sostenere l’umanità dei neri a ogni costo e il suo terribile coraggio nel sottolineare l’ipocrisia della società americana hanno fatto di Malcolm X il profeta della rabbia dei neri – ieri come oggi.

Malcolm X è stato il profeta della rabbia nera soprattutto in virtù del suo grande amore per la gente nera. Il suo amore non era né astratto né passeggero ma nasceva dal contatto diretto con un popolo degradato e avvilito, alla ricerca di una conversione psichica. Per questo la voce che Malcolm ha dato alla rabbia dei neri non era diretta innanzitutto contro l’America bianca. Malcolm X credeva piuttosto che se i neri fossero riusciti a sentire l’amore che stava dietro questa rabbia, quello stesso amore avrebbe prodotto una conversione psichica che avrebbe permesso loro di affermare la propria umanità, senza più vedere i propri corpi e le proprie menti attraverso le lenti dei bianchi, scoprendosi capaci di assumere il controllo dei propri destini.

Nella società americana – specialmente negli anni Cinquanta e Sessanta, quelli in cui Malcolm si trovò ad agire – una conversione psichica di questo genere poteva facilmente concludersi con la morte. Una persona nera fiera di sé e veramente convinta della capacità dei neri di scrollarsi di dosso il giogo dell’oppressione razzista bianca e di assumere il controllo del proprio destino normalmente era destinata a finire come uno di quegli strani frutti che crescono sugli alberi del Sud e che Billie Holiday ha celebrato con tanto calore nelle sue canzoni. Così, quando Malcolm X diede voce alla rabbia nera, sapeva che avrebbe dovuto dare con la sua vita un esempio di quel coraggio e di quello spirito di sacrificio di cui ogni persona nera davvero fiera di sé ha bisogno per affrontare le terrificanti conseguenze cui va incontro l’amor proprio dei neri nella società americana. In altre parole, Malcolm X cristallizzò con forza il rapporto che si stabilisce fra l’affermazione di sé nera, il desiderio di libertà nero, la rabbia nera rivolta contro la società americana e la forte probabilità di un nero di andare incontro a una morte violenta.

(da: Cornel West, La razza conta, Feltrinelli 19. , pagg. 123-125)

IL SEGRETO DI “I AM NOT YOUR NEGRO” *

April 30th, 2017 by Pabuda

Al giovane protagonista di Go tell it on the mountain (Gridalo forte, nell’assai opportuna re-intitolazione italiana del romanzo d’esordio di James Baldwin), un giorno – allontanatosi da Harlem – capita un piccolo incidente. Lo scrittore ce lo racconta così: “In fondo alla collina, dove il terreno bruscamente si spianava sulla ghiaia di un vialetto, andò quasi a sbattere addosso a un vecchio signore bianco che camminava molto lentamente appoggiandosi a un bastone. Si fermarono tutti e due, sorpresi, e si guardarono. John cercò di riprendere fiato per scusarsi, ma il vecchio sorrise. Sorrise anche John. Era come se lui e il vecchio per un attimo avessero condiviso un segreto; e il vecchio continuò per la sua strada”.**  poster_I-am-Not-Your-Negro
Ecco: a vedere lo splendido film-documentario I am not your negro, realizzato dal regista haitiano Raoul Peck in base a un denso scritto lasciato incompiuto da Baldwin stesso, si ha la sensazione di essere messi a parte di quel segreto. È un segreto difficile da raccontare. Baldwin – che l’ha messo in pagina – e Peck – che l’ha messo su pellicola – ci sono riusciti. Con potenza e gentilezza, mi vien da dire. La forza delle immagini (sia quando sono drammatiche riprese televisive d’archivio, sia quando si tratta delle numerose fotografie di Gordon Parks che compaiono nel film) è enorme. Ma non minore è quella delle parole. D’altronde, James Baldwin è stato uno dei più grandi domatori di parole del XX secolo. Anche grazie alla voce e all’interpretazione davvero evocativa dell’attore e doppiatore Samuel L. Jackson, I am not your negro ci svela molto delle parole di Baldwin e del terribile segreto di John e del vecchio. Ch’è il segreto dell’America e dei suoi popoli. Perché, come dice lo scrittore: “la storia dei negri americani è la stessa storia dell’America. E non è un bella storia”. Baldwin piange i suoi amici assassinati, raccontandoceli: Malcolm X, Medgar Evers e Luther King jr. Tratteggia le loro figure con le penna dell’essenzialità. Ricordandoli con mestizia, con affetto, con pudico orgoglio. Tra le immagini in bianco e nero della vita di strada o dei polpettoni hollywoodiani che, a tratti, dissimulano il segreto.
Nel suo film-documentario Raoul Peck ha combinato accuratamente le parole lasciate scritte da Baldwin in una trentina di pagine con quelle che lo scrittore pronunciò in un’infinità di interviste. E rimangono in mente. E danno da pensare: ogni affermazione, se la si ripensa parola per parola (senza dimenticare le pause, le smorfie e gli occhioni rivolti al cielo) svela qualcosa di più riguardo al segreto.
Così, se te la ripeti in testa, quella frase sul futuro dei degli afroamericani: “Sono ottimista. Beh… devo essere ottimista. Perché sono vivo.”: non suona per nulla incoraggiante o consolatoria: suona, com’è giusto, terribile. Oltretutto, Baldwin e Peck non hanno nessuna intenzione di rassicurare lo spettatore europeo, illudendolo che questa brutta storia di segregazione e razzismo sia una faccenda tutta americana. Lo dicono chiaro e tondo: il mondo non è bianco. Bianco è solo una metafora di “potere”.

il trailer originale del film è visibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=rNUYdgIyaPM

* La proiezione del film è programmata in poche sale in Italia (Pabuda l’ha visto al molto meritorio Cinema Beltrade di Milano) ma provate a cercarlo: ne vale la pena! In ogni caso, per l’11 maggio è annunciata l’uscita del dvd per la collana Feltrinelli Real Cinema. L’edizione italiana è molto ben sottotitolata per chi non ha dimestichezza con l’inglese in generale e con l’angloamericano in particolare. Don’t worry, be happy!
* da: James Baldwin, Gridalo forte, Amos edizioni 2013, pag. 56

IN QUELL’OSPEDALE

April 29th, 2017 by Pabuda

Era in quell’ospedale che sua madre era andata quando erano nati Roy, e Sarah, e Ruth. John non aveva un ricordo chiaro della prima volta che c’era andata, per avere Roy; pare che avesse pianto per tutto il tempo che sua madre era stata via; si ricordava quel che bastava per avere paura ogni volta che la pancia della madre cominciava a ingrossarsi, sapendo che ogni volta che l’ingrossamento cominciava non  JAMES BALDWIN 01smetteva fino a quando sua madre non gli veniva portata via, per tornare a casa con un estraneo.
Ogni volta che questo succedeva, diventava anche lei un po’ più estranea. Presto se ne sarebbe andata di nuovo, diceva Roy; e su queste cose la sapeva più lunga di John.
John aveva osservato sua madre attentamente, e non aveva visto nessun ingrossamento, ma un mattino suo padre aveva pregato per “il piccolo viaggiatore che sarà presto con noi”, così John capì che Roy aveva ragione.

(da: James Baldwin, Gridalo forte, Amos edizioni 2013, pag. 13-14)

 

JOHN E IL VECCHIO

April 29th, 2017 by Pabuda

In fondo alla collina, dove il terreno bruscamente si spianava sulla ghiaia di un vialetto, andò quasi a sbattere addosso a un vecchio signore bianco che camminava molto lentamente appoggiandosi a un  GOD IS LOVEbastone. Si fermarono tutti e due, sorpresi, e si guardarono. John cercò di riprendere fiato per scusarsi, ma il vecchio sorrise. Sorrise anche John. Era come se lui e il vecchio per un attimo avessero condiviso un segreto; e il vecchio continuò per la sua strada.

(da: James Baldwin, Gridalo forte, Amos edizioni 2013, pag. 56)

NICHILISMO. IN CHE SENSO?

April 27th, 2017 by Pabuda

Il corretto punto di partenza per un serio dibattito sulle prospettive dell’America nera è dato dall’esame del nichilismo che sempre più si diffonde nelle comunità nere. Il nichilismo va inteso qui non come una  Cornel West GESTICOLAdottrina filosofica negatrice di ogni fondamento razionale dell’autorità e del modello culturale vigente, bensì come l’esperienza vissuta di chi deve affrontare una vita priva di significato, di speranza e (cosa ancor più importante) di amore. Il terrificante risultato di tutto ciò è un ottuso distacco dagli altri nonché un atteggiamento autodistruttivo nei confronti del mondo. Una vita senza senso, senza speranza e senza amore genera una visione spietata e fredda, distruttiva di se stessi e degli altri.

Nell’America nera il nichilismo non è nuovo. Il primo impatto degli africani con il Nuovo mondo si svolse sotto il segno dell’Assurdo. Le prime lotte dei neri contro la degradazione e l’avvilimento nella società schiavista del Nuovo mondo furono in parte lotte contro il nichilismo. In effetti, il peggior nemico della sopravvivenza dei neri in America non è stato, e ancora non è, l’oppressione o lo sfruttamento bensì proprio la tentazione nichilistica – intessuta di disperazione e insensatezza. In effetti, finché la speranza persiste, insieme al significato, la possibilità di sconfiggere l’oppressione rimane viva.

(da: Cornel West, La razza conta, Feltrinelli 1995, pag. 36)

ATTACCO FRONTALE

April 27th, 2017 by Pabuda

Ai giorni nostri, una delle più efficaci strategie per tenere a bada la minaccia del nichilismo è data Cornel West sorridente a coloridall’attacco frontale e diretto al senso di autodenigrazione e disprezzo di sé diffuso tra i neri. Questa paura, questa Angst assume l’aspetto di una depressione clinica collettiva in ampi settori dell’America nera. La crisi della speranza e il crescere dell’insensatezza tra molti neri sono legati alle dinamiche strutturali delle istituzioni che dominano i mercati in tutti gli Stati Uniti. Date queste circostanze, l’Angst esistenziale dei neri deriva dall’esperienza vissuta di una ferita ontologica e di una sofferenza emotiva inflitta dall’ideologia e dall’immaginario della supremazia bianca. Questa ideologia e questo immaginario attaccano giorno per giorno l’intelligenza nera, le capacità dei neri, la loro bellezza e il loro carattere in modi sottili e meno sottili. Il romanzo di Troni Morrison Occhi azzurri, per esempio, mostra gli effetti devastanti degli onnipresenti ideali di bellezza europei sull’immagine di sé che si formano le giovani nere. I temi considerati dalla Morrison, che mostrano quanti guasti gli ideali bianchi abbiano prodotto sull’autostima dei neri, costituiscono un primo passo e un primo contributo alla ripulsa di tali ideali e al superamento del nichilistico disprezzo di sé che essi hanno prodotto tra i neri.

L’effetto congiunto delle offese e delle sofferenze vissute dai neri in una società dominata dai bianchi è un profondo senso di rabbia, di ira furiosa, unito a un forte pessimismo per ciò che riguarda la volontà da parte dell’America di ristabilire la giustizia. In condizioni di schiavitù e di segregazione (quella segregazione che il personaggio Jim Crow, stereotipo del negro conciliante e sottomesso, ha portato sulle scene americane nel secolo scorso) questa rabbia, questa furia e questo pessimismo avevano trovato scarsa espressione per il timore giustificato di incorrere in una rappresaglia brutale da parte dei bianchi. Purtroppo, il combinarsi di un modello di vita mercantilistico, di condizioni di indigenza, dell’Angst esistenziale nera e del venir meno della paura di fronte all’autorità bianca ha convogliato la maggior parte della rabbia, dell’ira e della disperazione verso i concittadini neri, in particolare verso le donne, il bersaglio più vulnerabile nella nostra società in genere e nelle comunità nere in particolare. Solo di recente questa minaccia nichilistica – con i suoi modi di pensiero e di comportamento disumani – è venuta alla luce nella società americana nel suo complesso, e la sua apparizione rappresenta sicuramente uno dei molti esempi della decadenza culturale di un impero in declino.

Che fare contro la minaccia nichilista? C’è ancora qualche speranza, nonostante la frantumazione della nostra società civile, l’azione delle corporation avide di profitti e la supremazia bianca? Se si parte dalla minaccia del nichilismo concreto, si deve parlare di una politica di conversione, che dovrà essere promossa in qualche modo da nuovi modelli di una leadership collettiva nera.

Come l’alcolismo e la tossicodipendenza, il nichilismo è una malattia dell’anima. Non può mai essere curato sino in fondo, e rimangono sempre possibilità di ricadute. Ma rimane anche sempre una possibilità di conversione – una possibilità di credere che ci sia una speranza per il futuro e un significato per cui battersi. Tale possibilità non si fonda né su un accordo su ciò che la giustizia è né su un’analisi dei modi in cui il razzismo, il sessismo o la subordinazione di classe operano. Discussioni e analisi sono indispensabili, ma una politica di conversione richiede qualcosa di più. Il nichilismo non può essere vinto con discussioni e analisi, ma con l’amore e con l’affetto.

Tutte le malattie dell’anima possono essere guarite solo attraverso una trasformazione dell’anima stessa, cioè attraverso una nuova valorizzazione dell’individuo, una valorizzazione che si nutre dell’attenzione per gli altri. Il cuore di una politica di conversione non può che essere costituito da un’etica d’amore.

Un’etica d’amore non ha niente a che vedere con il sentimentalismo o con legami tribali. Essa consiste piuttosto in un estremo tentativo di suscitare un senso di attività e partecipazione in individui sottomessi. L’esempio migliore di un’etica di questo tipo, illustrata a più livelli, è data dal grande romanzo di Toni Morrison Amatissima. L’amore di sé e l’amore per gli altri sono due modi di accrescere la stima di sé e di incoraggiare la resistenza politica nell’ambito della propria comunità. Questi modi di valorizzazione e di resistenza affondano le loro radici in una memoria sovversiva – la parte migliore del nostro passato, ma senza nostalgie romantiche – e sono sostenuti da un’etica di amore universale. Nell’ambito che qui ci interessa, Amatissima può essere visto come il congiungersi di un’affermazione d’affetto non acritica per l’umanità nera, quale si riscontra nella parte migliore dei movimenti nazionalisti neri, dell’inestinguibile speranza in una coalizione trans-razziale propria dei movimenti progressisti, infine della lotta sofferta per una salutare autoaffermazione all’interno di una storia nella quale la minaccia nichilistica sembra insormontabile.

La politica della conversione è attiva soprattutto a livello locale – in quelle istituzioni della società civile ancora tanto vitali da promuovere la valorizzazione e l’affermazione di sé – e si mette in luce a livello regionale e nazionale solo quando le organizzazioni democratiche e popolari riescono a esprimere una leadership collettiva capace non solo di guadagnarsi il rispetto e l’amore dei membri di queste organizzazioni ma anche di dimostrarsi pienamente responsabile. Questa leadership collettiva dovrà essere un modello di integrità morale, di fermezza di carattere e di senso democratico dello stato, sia in sé sia all’interno delle organizzazioni che essa saprà darsi.

Al pari degli strutturalisti liberal, i fautori di una politica di conversione non perdono mai di vista le condizioni strutturali che plasmano le sofferenze e la vita degli individui. Contrariamente a essi, tuttavia, la politica della conversione affronta la minaccia nichilistica a tutti i livelli.

Come i comportamentisti conservatori, la politica della conversione si oppone a viso aperto alle azioni autodistruttive e disumane dei neri. Contrariamente a essi, tale politica tuttavia inscrive queste azioni in un quadro di circostanze disumane (senza con questo giustificarle).

La politica della conversione evita ogni forma di protagonismo –che tanto attrae gli arrivisti e gli egocentrici. Piuttosto, essa rimane con i piedi ben piantati per terra, vicina alla gente che lavora per il pane quotidiano, formando nell’umiltà i combattenti per la libertà – i leader come i semplici militanti – che avranno il coraggio di affrontare apertamente la minaccia nichilistica e di respingerne le micidiali aggressioni.

(da: Cornel West, La razza conta, Feltrinelli 1995, pagg. 40-43)

Al link qui di seguito c’è un video di una conferenza di Cornel West (molto più recente dell’epoca in cui scrisse Race matters e che riflette alcuni temi affrontati in uno dei suoi ultimi lavori: Black Prophetic Fire):

https://www.youtube.com/watch?v=5LhmQ-DwLTU

LE ARMI CULTURALI

April 26th, 2017 by Pabuda

Il genio dei nostri antenati neri consistette nella loro capacità di opporre forti scudi alla minaccia nichilista, di fornire alla gente nera armi culturali per respingere i demoni della disperazione,  La razza conta COVER FELTRINELLIdell’insensatezza e della mancanza d’amore. Tali scudi consistevano in strutture culturali portatrici di significato e sentimento, strutture capaci di fondare e sostenere le comunità nere. Le armi culturali erano costituite da modi di vivere e di lottare in cui si esprimevano valori quali il servizio e il sacrificio, l’amore e l’affetto reciproco, la disciplina e la bravura. In altre parole, le tradizioni che consentirono ai neri di sopravvivere e di moltiplicarsi nelle condizioni insolitamente avverse del Nuovo Mondo costituirono le principali barriere contro la minaccia nichilistica. Tali tradizioni si esprimono in primo luogo nelle istituzioni religiose e civili che i neri hanno saputo darsi a sostegno di una rete familiare e comunitaria di aiuto reciproco. Se ogni cultura è costituita, almeno in parte, da ciò che gli esseri umani costruiscono (riprendendo i frammenti di culture precedenti) per convincere se stessi a non commettere suicidio, allora i nostri antenati meritano un plauso. In effetti, fino ai primi anni Settanta i neri americani si sono caratterizzati per il livello più basso di suicidi in tutti gli Stati Uniti. Ora invece i giovani neri sono saliti ai vertici nelle statistiche.
Cosa è cambiato? Cosa è accaduto di tanto negativo? L’amara ironia dell’integrazione razziale? Gli effetti cumulativi di una congiura tesa al genocidio dei neri? Il crollo virtuale di aspettative radiose dopo gli ottimistici anni Sessanta? Nessuno di noi riesce a capire sino in fondo perché le strutture culturali che un tempo servirono di sostegno alla vita dei neri in America non riescano più ad allontanare la minaccia nichilistica.

(da: Cornel West, La razza conta, Feltrinelli 1995, pag. 37)

AL SUO POSTO

April 26th, 2017 by Pabuda

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SULLA CREATIVITÀ

April 25th, 2017 by Pabuda

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