FIUME DA NUOTARE

March 29th, 2012 by Pabuda

non ci pensavo

da molto tempo,

m’è venuto in mente

leggendo:

del Fiume Giallo

nella lontana Cina:

che sproporzioni

in certi incontri d’idee!

vedo contorni nitidi

ma assai vaghe

e leggermente

inquietanti le ragioni

per le quali

proprio adesso

questi abbinamenti

si producono:

ora ci penso, oppure

è quel giorno che si ricorda di me

e, sapendo d’esser stato mio,

pienamente, completamente,

torna a restituirsi:

un bagno

nuotando controcorrente:

rimasto sepolto

molto profondamente

ma, adesso riesumato

tanto facilmente,

per abbinamento

e incidente:

lo sforzo, il fiato

e uno sguardo

ai vigneti oltre la riva.

io che mi fido delle mie bracciate

e dell’acqua che mi scivola

addosso stringendomi.

il gioco

di lasciarsi trascinare 

fingendosi morto

ma sbirciando

prima

con l’occhio destro

poi col sinistro

il greto,

giallo anche quello,

che scorre

rimanendo ben saldo.

sopra molto sole,

dentro acqua fredda

di colore verde veloce,

fuori, per riprendere

fiato

da sedersi soltanto

un sasso caldo

PASSAGGI

March 27th, 2012 by Pabuda

ieri sera,

mentre aspettavo, stanco,

il mio turno,

tra un treno e l’altro

della metropolitana

è passato

– privo, è ovvio, di preavviso

sonoro o luminoso –

un segreto piuttosto

ingombrante.

io stavo pensando

a degli affari miei

molto antichi:

i ricordi

transitavano

a velocità moderata,

quando,

improvvisamente

tra i pensieri

in fila indiana,

ha fatto capolino

un coniglio selvatico

o un leprotto:

non me ne intendo

di bestie:

poteva essere

l’uno o l’altro.

però, sono

abbastanza

esperto di segreti:

così, l’animaletto

me ne confidò

uno suo,

completamente

diverso

da quello

sferragliante

transitato quasi

contemporaneamente

in metropolitana

IL MIO TRIO *

March 26th, 2012 by Pabuda

m’han preso in mezzo:

pezzo per pezzo.

brano dopo brano

dilaniato e sbranato.

prima m’avevano

circondato

in trio:

a me, a mi, a io,

sui miei tre attivi lati

sensoriali,

lasciandomene

un paio a riposo:

li annuserò

e li assaggerò

quei tre lì del trio

alla prima occasione

che capita..

stasera m’arrendo,

m’arrischio

senza contentarmi:

guardo tutti e tre,

grazie a uno speciale

strabismo cubista:

Bill al piano,

Rocco, col

contrabbasso

tra le braccia,

e Paul, il batterista.

le musiche loro

 le ascolto

insieme e separate

con le mie

tre splendide

orecchie acuminate,

mentre con le dita

apprezzo

le vibrazioni

swinganti

che percorrono

le venature

del mio bastone

da passeggio

di legno leggero.

non li mostro mai,

per non darmi

delle arie, o forse

perché da vedere

non son proprio

belli…

ma dispongo

d’un’ottantina

di sensibilissimi

polpastrelli.

* non è che sia “mio”: intendo il mio preferito: quello di Bill Evans di  Portrait in Jazz

INCONTRO

March 22nd, 2012 by Pabuda

siam lì, io e l’amore mio,
appoggiati a un muretto
trafitto da ciuffi di parietaria,
l’intenzione è chiara
come l’aria:
regalarci tutto il nostro tempo,
guardandoci e
in vari altri modi piacevoli.
passa un arcangelo negro,
quasi sfiorandoci:
 ci regala dei quattrini.
poi, con uno sguardo complice
sussurra:
“in questo preciso momento
si vedono due lune in cielo,
basta guardare in alto
 e muovere rapidamente la testa
 a oriente e a occidente”.
questa, a dire il vero,
non ce l’aspettavamo
per niente

LIGURIA

March 22nd, 2012 by Pabuda

non è il mare, per me, che la fa così.    VECCHIA MAPPA per LIGURIA

bruciate le cartoline colorate!

c’è quell’enorme piana

alle sue spalle

carica di detriti, sabbia e mota

e vini densi

che la sospinge.

così punta i piedi:

per non finire

nello sprofondo del Tirreno.

gettate gli ombrelloni da spiaggia

e gli ombrellini dei long-drink!

la verità

è tutta un’increspatura montagnosa.

a guardar bene

c’è pure la litigiosità dei genovesi,

con le loro nostalgie

e depressioni.

c’è molta pietra

a solidificarne il carattere,

le terre umide son

rare consolazioni:

circoscrivono

paesini dell’entroterra

dall’aspetto malaticcio.

le fotografie aeree

non ti riveleranno

niente di sincero:

non vedono e non sentono

la fatica

dell’infinità di gradini

sconnessi e disuguali

a salire e a scendere

e neppure

certe bettole

dove

le insegne e le pubblicità

appese ai muri

somigliano

a quelle dimenticate

ad Asmara e Assab.

in Liguria

tutto è vecchio

e ansimante.

OGGI

March 18th, 2012 by Pabuda

è una parola

scomoda da pronunciare:

sfida.

con quella esse e quella effe

che sfrigolano subito

in un brutto fischio.

tuttavia, è quella giusta

per questa idea tosta

che ho.

bella sfida, quasi amata:

ben conosciuta sfida:

quasi quotidiana sfida

ma più complicata

di quanto

potrebbe sembrare.

scrivere oggi

VERSI SENZA TITOLO

March 12th, 2012 by Pabuda

mi capita

di legger dei versi

pieni di versi:

Oh, Ah, Oh…

di botto mi sorprendo

molto più maleducato

del previsto:

mollo il libro, la penna,

la matita, la biro

e pure il fazzoletto

profumato e

con le mie iniziali ricamate,

porto la mano vicino

all’orecchio e mi scappa

uno sbracatissimo: Eeh!?

STRANO SPETTACOLO

March 11th, 2012 by Pabuda

piccole schiere di ragazze

con la bocca quasi spalancata

e gli occhi colmi di soddisfazione

forse ansimano, forse fingono

sembrano uscite dalla televisione

ma anche qui

sulla piazza dell’antica chiesa

hanno il loro pubblico:

nove vecchi con barba sfatta

e completo scuro

distribuiti a trittico

attorno a tre tavolini di plastica

arancione

del bar che prende il sole.

a separare i vecchi

dalla gioventù femminile

un arido selciato cosparso

di minuscola ghiaietta chiara:

sembra carta abrasiva:

troppo pericolosa da calpestare

per abbreviare la distanza.

molto più ragionevole contentarsi,

pensano in modo identico

 tutt’intorno ai tre tavolini,

della morbidezza d’una sambuca.

una a testa.

finita la messa, le ragazze

del ridotto schieramento,

delle ridottissime gonne

e ambizioni

abbandonano la scena:

apparentemente ubriache.

 

MISSIONE COMPIUTA (GIÀ?)

March 4th, 2012 by Pabuda

la faccenda ferale, finale, esiziale

non l’avevo mai considerata

da questo punto d’osservazione

– il che, già lo so, mi costerà

qualche punto

in classifica finale –

ma ormai è tardi,

non posso farci niente.

il punto è il seguente:

giacere all’umido calduccio

della fossa cimiteriale

sarà un segnale

che tutto da solo

dovrò interpretare

nella corretta maniera:

grosso modo, il segnale mi dirà:

“la vita non è più incompleta:

giovanotto, la missione,

che ti sia piaciuta o meno,

è stata portata a compimento

nei tempi stabiliti”.

al di là del punteggio,

tanta puntualità sarà già

una bella soddisfazione.

non poter raccontare la missione

rimarrà l’unica seria delusione:

punto