LA MIA IDEA DI BAKER

December 28th, 2016 by Pabuda

La musica di Chet Baker aveva un inconfondibile profumo di giovinezza. Molti sono i musicisti che hanno impresso il loro nome sulla scena del jazz, ma chi altri ci ha fatto sentire con tanta intensità il soffio della primavera della vita?     01-chet-baker-ritratti-in-jazz-immagine
Nel suo modo di suonare c’era qualcosa che faceva nascere in petto un ineffabile, lancinante dolore, delle immagini e dei paesaggi mentali che soltanto la qualità del suo suono e il suo fraseggiare sapevano trasmettere.
Purtroppo però perse in breve tempo questa particolare facoltà. Senza quasi che ce ne accorgessimo, il suo splendore venne inghiottito dalle tenebre, come la bellezza di una notte di piena estate. E il degrado a cui inevitabilmente conduce l’abuso di droghe gli piombò addosso come un debito andato oltre la scadenza. Baker assomigliava a James Dean. Gli assomigliava nei tratti del viso, ma anche nella natura carismatica e al tempo stesso distruttiva della sua esistenza. Entrambi divorarono voracemente un pezzo della loro epoca, e il nutrimento che ne trassero lo donarono con grande generosità al mondo, senza trattenere nulla. Forse quel che dico è terribile, ma fu questa la tragedia di Chet Baker.
La sua rinascita e la sua rivalutazione negli anni Settanta per me hanno costituito ovviamente una gioia, ma in fondo l’idea che ho io di Baker e della sua epoca rimane ancorata al periodo di mezzo degli anni Cinquanta, ai tempi della West Coast, quando le sue spontanee e vivide performance facevano esplodere fuochi d’artificio dentro l’ascoltatore.
Le prime famose esecuzioni di Chet Baker risalgono a quando suonava con il Jerry Mulligan Quartet, ma anche quelle del suo quartetto personale furono magnifiche . questo disco da dieci pollici della Pacific Records – Chet Baker Quartet – è una registrazione del primo periodo, e nella qualità del suono e dei fraseggi – croccanti, ingenuo fino a risultare quasi maldestri – ha qualcosa di commovente. Quanto al tocco originale del pianista Russ Freeman, frizzante e secco, arricchisce di un sottofondo brillante il suono filato della tromba di Baker.
Nelle performance che registrò insieme al suo quartetto, dietro alla facciata briosa e serena si avverte una sfumatura di solitudine assorta. Il suono non vibrato perfora l’aria in linea retta, poi svanisce nel nulla, in modo quasi prodigioso. Il canto viene assorbito dalle pareti che ci circondano prima ancora di riuscire a prendere corpo.
Quanto alla tecnica di Baker, che non si sforza di raffinare la sua arte, non si può dire che sua particolarmente ricercata. Le sue esecuzioni sono incredibilmente aperte e schiette. Tanto che finiamo col temere che a un certo punto la musica precipiti, che su spezzi di colpo. È un suono infinitamente coraggioso il suo, infinitamente patetico. È possibile che non abbia la profondità necessaria a raccontare la sua epoca. Ma è la mancanza stessa di profondità a farci vibrare il cuore. Assomiglia a qualcosa di cui abbiamo fatto esperienza. Vi assomiglia terribilmente.
..
Chet Baker nasce a Oklahoma; nel ’52 entra a far parte del quartetto del sax baritono Gerry Mulligan. L’anno seguente si dissocia e forma un proprio quartetto. Tromba cool e lirica, vocalist di sesso ambiguo, diventa un’icona del jazz delle West Coast. Nel ’60 si ritira per un lungo periodo e nel ’70 fa un atteso rientro. Nell’88 suona in Let’s Get Lost, un documentario sulla sua vita, ma muore in Olanda prima che il documentario esca nelle sale.

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(Murakami Haruki & Wada Makoto, Ritratti in jazz, Einaudi, pagg. 6-9)

un assaggio è qui:

FRATELLI DI SANGUE… (un paio di link)

December 25th, 2016 by Pabuda

Sicuramente uno dei libri più importanti letti nel 2016. Denso, ricco, emozionante e pieno di tenerezza. Ma, al momento, non trovo gli appunti che avevo messo da parte. Il volumetto l’ho prestato a mio fratello B.    copertina-fratelli-di-sangue

Prima o poi, ritroverò i miei appunti e mio fratello mi restituirà il libro (vero!?). Ora, almeno come promemoria, registro un link o due:

https://amedit.me/2016/07/06/underworld-berlino-fratelli-di-sangue-un-romanzo-di-ernst-haffner/

http://www.huffingtonpost.it/giuseppe-fantasia/vivere-e-sopravvivere-nella-berlino-di-weimar-con-il-romanzo-ritrovato-di-ernst-haffner_b_9429020.html

 

ALLA GENTE CHE LEGGE

December 22nd, 2016 by Pabuda

da due o tre giorni

ho preso a dire “grazie!”   metro-mosca

alla gente

che legge un libro

in metropolitana,

invece che continuare

a ravanarsi il telefonino.

quando mi sparano in faccia

un punto interrogativo,

non potendo stare

a dilungarmi per delle ore

a spiegar loro

tutti i miei sentimenti,

le mie emozioni, le mie

ragioni, riassumo:

“vedere gente che legge

parole d’inchiostro

stampate

su fogli di carta rilegati…

mi mette di buon umore!”.

non sembrano mai

del tutto persuase,

ma, alla fine, le persone

ringraziate

mi paiono abbastanza contente

e – sotto sotto –

un po’ orgogliose.

PER POCO

December 21st, 2016 by Pabuda

stamattina, per poco,
non mi perdo la fermata    g-come-linea-gialla-g_material_zur_elementaren_gestaltung_3_jun_1924-per-per-poco
per il cambio di linea
colla coincidenza
perfettamente cronometrata
(in modo da giungere,
senza correre, a destino
coll’anticipo tranquillizzante
di 20 minuti buoni
e tutto il tempo per
un caffettino):
mi stavo perdendo
nel sonno della tipa
che mi sedeva di fronte:
una giovane signora
proletaria & graziosa –
una che lavora, lavora,
lavora e mai riposa –
perfettamente immersa
nella sua stanchezza
tramutata
in un sonno bellissimo:
roba sua personale,
forse senza sogni,
ma esposta
con tranquilla noncuranza
in pubblico:
costellata di tutti
i piccoli e comuni tic del sonno,
le smorfie di piacere
appena accennate,
i sospiri e gli sbadigli,
i minuscoli movimenti –
intuibili dietro le palpebre –
degli occhi,
e di gambe e braccia
gli stiracchiamenti:
non sapevo se soltanto invidiarla
o, più arditamente, imitarla.
all’improvviso,
una voce pre-registrata
(proveniente
dall’animuccia mia bella?
o dall’alto dei cieli?
dal mio scrupoloso subconscio?
o dalle viscere buie della metropoli?)
ha risolto per me il dilemma,
annunciando:
“fuori dalle palle, amico!
scendere, scendere!
correre subito
a prendere il treno
sulla linea gialla!”.

(Per l’illustrazione il Pabuda ha scelto la copertina della rivista tedesca G Material Zur Elementaren Gestaltung, del 3 Giugno 1924. Inutile stargli a chiedere spiegazioni…)

AVVERTENZA SUI NOMI (Luigi P.)

December 17th, 2016 by Pabuda

Ricordo abbastanza nitidamente che ai tempi del coccolone, in ospedale, passato il primo spavento e recuperata un po’ di lucidità. m’annoiavo a morte. C’era pure un caldo terribile: al Policlinico non sapevano manco cosa fosse l’aria condizionata. Insistetti per aver della roba interessante da leggere. Non so bene perché ma volevo assolutamente i libri di Luigi Pintor usciti in quel periodo: Servabo, Il Nespolo e La Signora Kirchgessner. Ero fissato. L’amico Alberto (lo stesso che “facendo la notte” per assistermi, una volta s’addormentò, cadde dal suo letto e rotolò sotto il mio) me li procurò.  Li lessi tutti e tre con avidità: son piccoli volumetti. Prose autobiografiche: sufficientemente amare per assorbire tutta la mia attenzione, così ben scritte da farmi innamorare. Poi fui dimesso, passai per un paio d’altri ospedali, tornai a casa. Da quella casa a oggi ci sono in mezzo due o tre traslochi… non so bene. I libri, facendo ‘sti giri, scompaiono. O si nascondono. Dei tre volumetti di Pintor ne ho ritrovato uno, per ora. Quello col titolo più difficile e misterioso: La Signora Kirchgessner. Gli altri li cercherò più avanti e li troverò. Diversamente, me li ricomprerò. Ne vale certamente la pena. Intanto, mi leggo il libro ritrovato e prendo qualche appunto. Come questo.    luigi-pintor-con-sigaretta

“il reverendo Sterne, gentiluomo di campagna, sostiene con solidi argomenti, che i nomi si suddividono in buoni o cattivi o neutri e influenzano i nostri comportamenti assai più di quanto si creda. Alcuni inducono a nobili imprese, altri alla cattiveria o alla mediocrità. I neonati non hanno voce in capitolo e il nome imposto li accompagna dalla culla alla tomba senza remissione. Neppure i parlamentari possono revocarlo. È una teoria avvincente. Mi tranquillizza pensare che le cose avrebbero preso un’altra piega se fossi stato un Piero o un Pierludovico e che altri miei congiunti avrebbero avuto storie diverse se non avessero ereditato lo strano nome di un loro bisavolo.”

(La Signora Kirchgessner, Bollati e Boringhieri, pag. 11)

 

PREOCCUPAZIONI

December 16th, 2016 by Pabuda

l’uomo se ne stava
seduto da solo
nell’angolo più buio   ritaglio-01_guillaume-per-preoccupazioni
e meno popolato
dell’osteria:
guardava
il bicchiere vuoto
con apparente furore
e teneva i gomiti
piantati sulla tavola,
manco volesse scavarci
due buchi.
le mani sorreggevano
mandibole mal rasate:
doveva essere
sui cinquant’anni
ma ne dimostrava sessanta.
sotto la giacca scura
di velluto a coste,
niente panciotto o gilet:
soltanto una semplice camicia
perfettamente bianca.
all’improvviso
cominciò a brontolare:
non per la lentezza
della mescita:
nelle sue intenzioni,
semplicemente,
pensava a voce alta.
ma del suo pensiero
s’afferrava quasi niente:
solo si distinguevano
i punti esclamativi
e la loro eco
che si perdeva nei sospiri.

SUCCESSO IN METRÒ

December 16th, 2016 by Pabuda

gran successo, l’altro giorno,
giù in metrò!      metro-santagostino-originale-toberta-grossi-per-successo-in-metro
è successo…
ch’appena s’è sparsa
la voce in città
(e nell’ hinterland)
che l’inavvicinabile
Pabuda
aveva ripreso a viaggiare
in metropolitana –
come un cittadino
qualsiasi… –
i cittadini e le cittadine
qualsiasi
della metropoli
(e dell’hinterland)
si son scapicollati in massa
giù nei cunicoli ferrati
dei treni sotterranei:
disposti a far ore di coda
per infilarsi a spintoni
nel convoglio che trasportava
quel che resta del Pabuda:
per dargli almeno
un’occhiata, una sbirciatina
o, preferibilmente,
una rude e complice
pacca sulla spalla,
una carezza sulla pelata,
un pizzicotto
d’incoraggiamento,
un buffetto,
una toccatina, una palpata.
magari, una scherzosa
spintarella.
certe signore,
abbastanza scollate
nonostante la stagione,
per vederlo
steso ai loro piedi,
gli han fatto addirittura
lo sgambetto.
un drappello di militi in licenza,
scambiando
la bonaria tolleranza
del neuro-poeta
per un’autorizzazione
alla più assoluta confidenza,
tra la sesta
e la settima fermata,
l’ha addirittura sottoposto
all’idiota giochetto
dello schiaffo del soldato:
chi è stato? chi è stato?
prevedibilmente…
il Maestro n’è uscito
a pezzi, tutt’ammaccato
ma, più che altro,
amareggiato:
per non aver avuto
il coraggio
ch’avuto, invece,
una tipa un po’ svitata
ma saggia,
male in arnese
ma non proprio malconcia
( e sicuramente genovese,
stando all’inconfondibile
accento)
che prima di Porta Romana
(o di S. Agostino?)
ha fatto una terribile tirata,
una concione, un comizio,
una filippica, un casino –
con voce stridula
ma bella alta – insultando
tutte le viaggiatrici
e tutti i viaggiatori:
“decerebrati, incapaci, poveretti
sempre attaccati all’internet!”
concludendo al grido:
“ma buttateli nel cesso
quei cazzo di cellulari!”.
si presentasse alle elezioni
(politiche o pel nuovo sindaco),
il Pabuda… la voterebbe
quella signora
senza qualche rotella
e senza peli sulla lingua.

(L’immagine è uno scatto di Roberta Grossi, che di fotografia ne sa una più del diavolo e l’ha gentilmente concessa in prestito)

SOTTOFONDO

December 15th, 2016 by Pabuda

allegrotti e concentrati,

creativi, logici,     

arrembanti ma

disciplinati e analogici   bobine-registrazione-audio

ce l’avevamo messa tutta:

pezzo per pezzo,

pause minime:

per respirare e brindare,

fast forward & rewind:

un’ora dopo l’altra:

prova su prova:

metti, aggiungi, rallenta,

allunga, accorcia, ripeti,

taglia, togli, smorza, leva.

ma riascoltando il nastro

dell’ultima prova

risultava impossibile

non sentire incombente

il sottofondo grigio

di sabbia e cemento:

ciascuno di noi –

coalizzandosi

e per proprio conto –

prova sempre di volare:

suonando.

ma è troppo pesante

il ricordo futuro che portiamo:

trascorso, nascosto:

nel contrabbasso,

nel tamburo rullante,

nel pianoforte,

nella custodia del sax

o in quella della tromba

e nello stomaco.

alla fine… si sente.

QUATTRO MILIARDI DI DOLLARI

December 2nd, 2016 by Pabuda

All’inizio della guerra civile i nostri corpi rubati valevano quattro miliardi di dollari, ovvero più dell’intera industria americana, di tutte le ferrovie, le officine e gli stabilimenti americani messi insieme, e la materia prima fornita dai nostri corpi rubati, il cotone, rappresentava il maggior prodotto di esportazione. Gli   tra-me-e-il-il-mondo-cover-2uomini più ricchi d’America vivevano nella Mississippi River Valley, e le loro ricchezze erano state accumulate grazie ai nostri corpi rubati. I nostri corpi erano tenuti in schiavitù dai primi presidenti, costituivano merce di scambio gestita dalla Casa Bianca per mano di James K. Polk. Furono i nostri corpi a costruire il Campidoglio e il National Mall. Il primo colpo della guerra civile fu sparato in South Carolina, dove i nostri corpi costituivano la maggioranza dei corpi umani presenti nello Stato. Ecco la ragione che scatenò il conflitto. Non è un segreto. Ma possiamo fare qualcosa di meglio ancora e trovare il criminale che confessa il suo crimine. “La nostra posizione si identifica totalmente con l’istituzione della schiavitù” dichiarò lo Stato del Mississippi quando decise di abbandonare l’Unione, “il maggiore interesse materiale del mondo”.

Tra me e il mondo”, Ta-Nehisi Coates, pagg. 131-132, Codice Edizioni.

IL MONDO DÀ I NUMERI

December 1st, 2016 by Pabuda

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