LADY SINGS…

May 28th, 2017 by Pabuda

LADY SINGS

NOTE DI REGIA

May 27th, 2017 by Pabuda

RAOUL PECK Ho cominciato a leggere Baldwin all’età di quindici anni, quando ero un ragazzo in cerca di spiegazioni razionali alle contraddizioni che stavo sperimentando in una vita che mi aveva già portato da Haiti alla Francia, alla Germania e poi negli Stati Uniti d’America.
Insieme a Aimé Cesaire, Jaques Sthephane Alexis, Richard Wright, Gabriel Garcia Marquez e Alejo Carpentier, James Baldwin è stato uno dei pochi autori che ho sentito “mio”. Uno di quelli che comunicavano in una lingua che riuscivo a comprendere, in cui non mi sentivo solo una “nota a margine”. Raccontava storie che descrivevano la Storia, definendo strutture e relazioni umane che combaciavano con ciò che potevo vedere intorno a me e a cui potevo fare riferimento. Storie che comprendevo perché venivo da una nazione, Haiti, che aveva una grande consapevolezza di sé, che aveva combattuto e sconfitto l’esercito più potente del mondo (quello di Napoleone) e che, unico esempio nella storia, ha fermato la schiavitù sul nascere, nel 1804, grazie alla prima vittoriosa rivolta degli schiavi al mondo, diventando il primo stato libero delle Americhe. Gli haitiani hanno sempre conosciuto la vera Storia e hanno sempre saputo quanto diversa fosse da quella raccontata dal pese dominante.
Il successo della Rivoluzione Haitiana è stato ignorato – come dirà Baldwin: “per via dei brutti negri che eravamo” – perché avrebbe portato a una versione dei fatti completamente differente, in grado di rendere insostenibile quella proposta dal mondo schiavista di quei tempi.
Le conquiste coloniali del tardo Ottocento non sarebbero state ideologicamente possibili se private della loro giustificazione “civilizzatrice”, una giustificazione inutile se il mondo avesse saputo che questi “selvaggi” africani sono stati in grado di annientare le loro potenti armate (specialmente quelle francesi e inglesi9 più di un secolo prima.
Questo è esattamente il motivo per cui ho deciso di ricorrere a James Baldwin e alla sua capacità di analizzare le storie, per riuscire a collegare la vicenda di uno schiavo liberato nella propria nazione, Haiti, alla storia moderna degli Stati Uniti e alla propria dolorosa e sanguinosa eredità, la schiavitù.
James Baldwin non ha mai terminato Remember This House e l’ambizione di questo film è quello di riempire in parte questo vuoto.

(da Raoul Peck, Note di regia, nel libretto che accompagna il dvd di I am not your Negro, Feltrinelli Real Cinema)

SPORCO COME IL PECCATO

May 27th, 2017 by Pabuda

La prima volta che mi sentii chiamare negro avevo sette anni. Fu una ragazzina bianca che aveva lunghi riccioli neri. Spesso, lasciato il giardino di casa, me ne andavo in giro da solo per la città. Stava giocando con la palla e mentre le passavo accanto le sfuggì di mano e finì in strada. Io la raccolsi e gliela tirai. cover STAMATTINA STASERA TROPPO PRESTO“Giochiamo a tirarcela,” dissi. Ma lei trattenne la palla e mi fece una smorfia. “Mia mamma non vuole che giochi coi negri,” mi disse. Non sapevo neppure cosa volesse dire. Ma mi sentii avvampare sotto la pelle e le tirai fuori la lingua. “Non importa. Tieniti pure la palla.” E ripresi per la mia strada. Lei mi gridò dietro: “Negro, negro, negro!”. Le urlai in risposta: “Tua madre era una negra!”.

Chiesi a mia madre cosa volesse dire. “Chi ti ha chiamato così?”. “Ho sentito qualcuno che lo diceva.”. “Chi?”. “Qualcuno.”. “Vai a lavarti la faccia,” disse. “Sei sporco come il peccato. La cena è in tavola.”. Andai in bagno e mi buttai dell’acqua sulla faccia, e poi mi asciugai la faccia e le mani.

(da: James Baldwin, Stamattina stasera troppo presto, Racconti Edizioni, trad. Luigi Ballerini)

 

SENZA PIETÀ

May 26th, 2017 by Pabuda

in virtù

del mio invidiabile POSTO RISERVATO per SENZA PIETA'

status

di mezzo-fermo:

deambulante

ma instabile,

traballante –

o, secondo

il Galateo

più aggiornato:

“abile, ma meno

della media” –

ho precedenza

sui carrozzoni

del metrò

per occupare

un posto, una sedia:

lo attesta

un adesivo blu

che mi ritrae fedelmente:

bianco

col mio bel bastone,

insieme a un vecchietto,

una donna con allegato

marmocchio

e una col pancione.

forte di così chiara

grafica certificazione

dei miei privilegi

di zoppo cronico

li faccio valere senza pietà:

negli ultimi tre giorni,

tramite cortese richiesta,

ho fatto sloggiare

e in piedi viaggiare:

un operaio post-fordista

dormiente

(da seduto era

in piena fase rem,

probabilmente)

una signora d’una certa età

e ieri una bimbetta

sui sette-otto anni

che ha ubbidito, alzandosi,

al gigantesco, immigrato,

suo papà.

mi son scoperto

con una faccia

risoluta & convincente

che non pensavo:

non mi riconosco più.

poi, però, mi piange il cuore

tutto il giorno:

sempre lo stesso

dubbioso

timido tonto sentimentale torno

 

FASCE

May 16th, 2017 by Pabuda

azz! l’avevo letto   VECCHIO TELEVISORE CON FASCE COLORATE per FASCE
tempo fa
ch’avevano abolito
le fasce protette
alla tv.
l’avevo letto
su un giornale
o su uno di quei blog.
ma, adesso, boh…
chi ci va a pensare,
uno mica se la può
immaginare
una roba simile…
alla tv di stato
per di più!
e poi… è l’antica abitudine
o la recente disabitudine,
non so.
son lì che mi faccio
una piccola merenda
in solitudine
e che faccio,
così, senza pensarci
(dopotutto son le sette…),
per attutire un pochetto
quella sensazione
di deserto atomico, di perdita,
di spaesamento e abbandono
che ti prende
quando fai merenda,
in tinello, da solo?
accendo
la scatola pei tonti
(solo un momento, penso)
e che c’è in onda?
ci sono Erdogan e Trump
che si fanno le moine,
da in piedi,
in mondovisione
e colla traduzione!
ma non avevano promesso
le televisioni
(pubbliche e private)
ch’avrebbero mantenuto,
ben visibile, il bollino rosso?
io non l’ho visto
né a sinistra né a destra
del teleschermo:
mi son beccato
senza alcun preavviso quei due
e la michetta
coi peperoni il paté di olive
i funghetti e le acciughe
m’è andata di traverso:
non esagero: son vivo per miracolo.

PER SPEGNERE?

May 14th, 2017 by Pabuda

dormito maluccio    vecchi caratteri cirillici PER SPEGNERE-

l’altra notte:

avrei anche voluto,

ma era in corso

un boicottaggio:

mentre

l’occhio sinistro,

obbediente,

guardando

dal suo punto di vista

la palpebra ben chiusa

vedeva buio,

cioè: vedeva niente

il destro, molesto,

teneva d’occhio

la sveglia luminosa

sul tavolinetto

occhieggiandola

ogni

due minuti e mezzo

per farmi concludere

(a quel ritmo!)

ch’era sempre troppo

presto.

l’orecchio destro

ascoltava

il totale mutismo

del cuscino:

una specie di completo

silenzio,

abbastanza riposante,

ma il sinistro

pretendeva sentire

come sarebbe stato

il suono

delle parole che avrei scritto

l’indomani:

tenendomi così

mezzo sveglio per valutare

se quell’ipotetico suono

era davvero buono.

ficcarsi a letto,

tirar su le coperte fino al naso

e far buio nella stanza,

interrompendo il chiaro

col semplice clic d’un tasto,

è certamente un rito molto bello

ma sarebbe ancora meglio

se riuscissi a scoprire

dove han nascosto

il fottuto interruttore

per spegnere il cervello!

Gli IMPIEGATI delle POSTE e del TELEGRAFO (Lettera di Kropotkin a Lenin)

May 14th, 2017 by Pabuda

Dmitrov [nella provincia di Mosca], 4 marzo 1920

  DMITROV-centre_1900
Stimato Vladimir Ilic Lenin:
Molti impiegati del Dipartimento Postale e Telegrafico sono venuti da me chiedendomi di sottoporre alla sua attenzione informazioni sulla loro disperata situazione. Dato che questo problema non riguarda solo il Commissariato delle Poste e Telegrafi, ma anche le condizioni generali della vita quotidiana in Russia, mi sono affrettato a trasmettere la loro petizione.
Lei sa, ovviamente, che vivere nel Distretto di Dmitrov col salario che questi impiegati ricevono è assolutamente impossibile. È impossibile perfino comprare un chilo di patate, lo so per esperienza personale. Essi cercano inoltre sapone e sale che sono introvabili. Da quando il prezzo della farina è cresciuto, è impossibile comprare otto libbre di cereali e cinque libbre di grano.
Riassumendo, senza ricevere rifornimenti, gli impiegati sono condannati realmente alla fame più nera. Inoltre, parallelamente al rialzo di prezzi, le magre provviste che gli impiegati delle Poste e Telegrafi hanno ricevuto dal Centro di Approvvigionamento del Commissariato delle Poste e Telegrafi, le stesse che furono accordate in accordo al decreto del 15 agosto 1918: 8 libbre di grano per impiegato e 5 libbre in più per ogni membro della famiglia incapace di lavorare, non sono più state inviate da due mesi dalla data di oggi. I centri locali di approvvigionamento non possono distribuire le loro provviste, e la petizione che i centoventicinque impiegati dell’area di Dmitrov hanno fatto a Mosca continua a non ricevere risposta. Un mese fa, uno degli impiegati le ha scritto personalmente, ma fino ad ora non ha ricevuto risposta.
Considero un dovere testimoniare che la situazione di questi impiegati è davvero disperata. È una cosa che risulta ovvia guardandoli in faccia. Molti si stanno preparando ad abbandonare la loro casa senza sapere dove andare. Ed è inoltre giusto segnalare che adempiono coscientemente il loro lavoro; hanno preso dimestichezza con il loro lavoro, e perdere questi lavoratori non sarà utile per la vita della comunità locale sotto nessun aspetto. Aggiungerei solo che tutte le categorie degli impiegati sovietici in altri settori si trovano nella stessa disperata situazione.
In conclusione, scrivendole non ho potuto evitare di menzionare alcuni aspetti della situazione generale. Vivere in un centro grande come Mosca impedisce la conoscenza delle vere condizioni del paese. Conoscere le esperienze comuni richiede che si viva veramente in provincia, in contatto diretto e vicino alla vita quotidiana, con le necessità e le disgrazie degli adulti e bambini affamati che si avvicinano agli uffici per chiedere il permesso per potere almeno acquistare una lampada economica a cherosene. Ad oggi, non abbiamo nessuna soluzione per tutte queste sventure.
È necessario accelerare la transizione a condizioni più normali di vita. Non andremo avanti a molto lungo in questo modo; stiamo andando verso una catastrofe sanguinosa.
Una cosa è indiscutibile. Anche se la dittatura del proletariato fosse una mezzo appropriato per combattere e distruggere il sistema capitalista, cosa di cui dubito profondamente, è sicuramente controproducente e inadeguata alla creazione di un nuovo sistema socialista. Quello che serve sono istituzioni locali, forze locali; ma non ci sono, da nessuna parte. Invece di questo, dovunque uno volga lo sguardo c’è gente che non sa niente della vita reale, e che sta commettendo i più gravi errori per i quali si paga il prezzo di migliaia di vite e la rovina di distretti interi.
Senza la partecipazione di forze locali, senza un’’organizzazione dal basso degli stessi contadini e dei lavoratori, è impossibile costruire una nuova vita. Sembrava che i soviet dovessero servire precisamente per compiere questa funzione di creare un’organizzazione dal basso. Ma la Russia si è trasformata in una Repubblica Sovietica solo di nome. L’azione dirigente del “partito” sulla gente, “partito” che è principalmente costituito da nuovi venuti – perché gli ideologi comunisti stanno soprattutto nelle grandi città – ha distrutto già l’influenza e l’energia costruttiva dei soviet, quelle istituzioni così promettenti. Nel momento attuale, sono i comitati del partito, e non i soviet che dirigono in Russia. E la sua organizzazione ha tutti i difetti delle organizzazioni burocratiche.   DMITROV_VEDUTA_A-COLORI-XVI
Per potere uscire da questo costante disordine, la Russia deve tornare al genio creativo delle forze locali di ogni comunità, le uniche che, secondo le mie vedute, possono costituire un fattore [propulsivo] nella costruzione di una nuova vita. E quanto prima si capirà la necessità di riprendere questo cammino, tanto meglio sarà. La gente sarà allora disposta con piacere ad accettare nuove forme sociali di vita. Se la situazione presente continua, anche la parola “socialismo” si trasformerà in una maledizione. È quello che è successo con l’idea di “uguaglianza” in Francia durante i quaranta anni succeduti alla direzione dei giacobini.
Con cameratismo ed affetto.
Pëtr Kropotkin

(Cit. da Bruno D’Udine, Sulle orme di Kropotkin, in “Linea d’ombra”, n.58, marzo 1991; riscontrato dal “Pab” in: Selected Writings on Anarchism and Revolution, P.A. Kropotkin, ed.- transl.: Martin A. Miller); Le immagini sono due vedute di Dmitrov, più o meno all’epoca dei fatti  

JOHN COLTRANE. PERCHÈ LA SUA EREDITÀ È VIVA

May 10th, 2017 by Pabuda

Trane è emerso come il vero e proprio processo di chiarificazione storica di un particolare sviluppo socio-estetico. Quando lo vediamo accanto a Bird e Diz, un giovane eccitato   COLTRANE AL CARNEGIE HALL CI DA DENTROinlooker nel torrente del nascente messaggio bop, proprio accanto ai caposcuola di questa fervida espressione di nuova vita nera, vediamo in realtà il punto e la linea, la nota e la frase del continuum. Come se potessimo anche vedere Louis e Bechet, che si librano sopra le loro teste, con Prez appena un po’ di lato in attesa di fare il suo ingresso, poi più in là su un piano più profondo ma che ancora deve apparire Pharoah e Albert e David e Wynton o Olu nella nebbia, per essere lì quando saranno chiamati dalle note di quanto era risuonato ancor prima dei  ummenzionati.

Trane portava in noi la profondità attraverso Bird e Diz, e loro di nuovo a noi. Rivendicava il nostro fuoco Bop, l’Africa, il Poliritmico, l’Improvvisato, il Blu, la Spiritualità. L’avviatore di una cosa eppure l’ancoraggio di qualcosa di precedente. Nella staffetta del nostro costante salire e risalire, fenice che descrive la sua nascita come nascita come descrizione di un altro processo ancora (anche se altro non c’è).

Trane che porta la rivoluzione bop di Bird-Diz e la sua forza contraria alla forza mortale dello schiavismo e della cooptazione aziendale, ha attraversato vari cambiamenti, nella vita, nella musica. Ha portato la musica da chiesa nera del Sud, e il blues e il rhythm&blues, come altrettante tappe del suo percorso personale, non solo teoria o storia astratta. Ha suonato tutte queste musiche, ed è stato tutte queste persone. Il suo apprendistato è stato ampio, e profondo, i cambiamenti una continuità svelata.

Il punto di demarcazione è stato il classico quintetto di Miles con Cannonball come altro vettore stilistico in primo piano. stile e filosofia si confermano l’uno con l’altra. Come ho detto altrove, Cannonball è la versione milesiana del blues che in seguito sarebbe stata chiamata “fusion”. Semplice e affascinante in quel contesto, ma, sulla via di non esserlo più, molto presto commerciale. Trane, invece, era la via dell’Espressionismo. Nucleare, e corsa furiosa di nascita, morte e rinascita e morte e nuova vita e così via per sempre, cosa è, come dicevano gli africani, È È. Ja is (Jazz) è la musica di quando Vieni.

(da: Amiri Baraka, Black music – i maestri del jazz, a cura di M. Lorrai, Shake edizioni, pagg. 146-147)

LA VITA AMERICANA

May 7th, 2017 by Pabuda

Ancor prima che si parlasse di sogno americano, negli anni Cinquanta dell’Ottocento i racconti degli  BLACK WOMEN IN AMERICAN LIFEschiavi ne narravano il lato nascosto. Ma quella vita nera non faceva totalmente parte della vita americana, anche se la vita americana ne era plasmata in maniera molto maggiore di quanto anche gli storici americani afferrino. Gli Usa non sono l’Europa, non lo sono mai stati. Sono una società multiculturale post-europea con una base sociale multinazionale.

(da: Amiri Baraka, Black Music I maestri del jazz, Shake edizioni, pag. 221)

(nell’illustrazione: la copertina d’un altro libro da leggere…)
..
Poi, m’è capitato di guardare queste pagine in rete:
http://io9.gizmodo.com/slum-life-in-new-york-city-during-the-nineteenth-centu-1584688488

L’OCCHIO DELLA PIRAMIDE

May 6th, 2017 by Pabuda

Duke Ellington è l’occhio della piramide dell’espressione orchestrale afroamericana.  Duke_Ellington_-_Hurricane_Ballroom_-_Duke_directing_2L’evoluzione del singolo cantante di campagna fino a Black and Tan Fantasy è il riflesso dello sviluppo sociale, di una sofisticazione allargata che consente una maggiore libertà personale, e l’artificazione della più ricca (ampia) cultura del mondo, quella panamericana, dal basso verso l’alto. Come espressione di storia personale e nazionale e specifica esperienza umana. Appropriazione nera della sedicente cultura alta delle classi dominanti. La cooptazione delle fanfare napoleoniche, dei clarinetti, dei contrabbassi, dei sassofoni ecc. e il loro utilizzo per fornire l’intero spettro delle nostre vite emozionali. Dal basso verso l’alto. È più profondo di quanto pensiamo. È nuovo, eppure è un continuum.

Mentre gli africani diventavano afroamericani, e il separatismo della schiavitù e la feroce segregazione del neoschiavismo, arrivato con la devastazione della Reconstruction, venivano mitigati con le lotte, la gente nera ha avuto maggiore accesso a un’offerta più completa delle risorse della società.

La musica classica americana è alla sua base musica classica afroamericana. E quella che viene chiamata musica popolare americana, ossia quella di Cole Porter, George Gershwin, Irving Berlin eccetera, quando è toccata dall’integrale coscienza emotiva dell’Idioma Jazz viene elevata anch’essa al livello dei classici.

 (da: Amiri Baraka, Black music – i maestri del jazz,  a cura di Marcello Lorrai, Shake edizioni, pag. 51)