CURIOSITÀ SOTTO ATTACCO

June 19th, 2018 by Pabuda

“Il principio fondamentale della medicina, da molti secoli a questa parte, è che tutte le vite hanno lo stesso valore. Non sempre noi che ci occupiamo di medicina teniamo fede a   gawande-atulquesto principio. Lo sforzo per colmare il divario tra aspirazione e realtà ha occupato l’intero corso della storia. Ma quando questo divario viene messo in luce – quando si scopre che alcuni vengono curati peggio, perché non hanno i soldi o le conoscenze giuste, per la loro estrazione sociale, perché hanno la pelle scura o un cromosoma X in più – quanto meno ci vergogniamo. Al giorno d’oggi non è per niente facile sostenere che tutti siano ugualmente degni di rispetto. Eppure non è necessario provare simpatia o fiducia nei confronti di una persona per credere che la sua vita meriti di essere difesa. Pensare che tutte le vite abbiano lo stesso valore significa riconoscere che esiste un nucleo comune di umanità. Se non si è aperti all’umanità delle persone, è impossibile curarle in modo adeguato. Per vedere la loro umanità occorre mettersi nei loro panni. Ciò richiede la disponibilità a domandare alle persone come si trovano, in quei panni. Richiede curiosità nei confronti degli altri e del mondo. Viviamo in un momento pericoloso, in cui ogni genere di curiosità – scientifica, giornalistica, artistica, culturale – è sotto attacco. Questo succede quando rabbia e paura diventano le emozioni prevalenti. Sotto la rabbia e la paura c’è spesso la fondata sensazione di essere ignorati e inascoltati, l’impressione diffusa che agli altri non importi come si sta nei nostri panni. E allora perché offrire la nostra curiosità a qualcun altro? Nel momento in cui    perdiamo il desiderio di capire – di lasciarci sorprendere, di ascoltare e testimoniare – perdiamo la nostra umanità”.

(da un discorso di Atul Garwande, chirurgo statunitense agli studenti di medicina pubblicato sul New Yorker il 2 giugno 2018, tradotto da Silvia Pareschi e pubblicato col titolo Umanità nella rubrica “La settimana”, curata da Giovanni De Mauro su Internazionale n. 1260, 15/21 giugno 2018)

il testo originale è qui: https://www.newyorker.com/news/news-desk/curiosity-and-the-prisoner, da dove è tratta anche l’immagine del grande medico/scrittore

RESTA DA VEDERE

June 2nd, 2018 by Pabuda

Nel rivolgermi al lettore, lo invito a seguirmi in un cammino che a me si è dischiuso solo nel corso della stesura. In questo mio procedere a tastoni ho infatti dovuto abbandonare passo dopo passo tutte le    jean-amry-fbb3cfeb-49c2-406b-afdd-79e39fdd449-resize-750speranze da sempre evocate da chi invecchia, ho dovuto togliere vigore al conforto. Tutti i mezzi raccomandati, su come sia possibile accettare, addirittura attribuire valore al declino – nobiltà della rassegnazione, saggezza crepuscolare, tarda pacificazione – mi parevano ignobili inganni, contro i quali si doveva mobilitare ogni parola. Senza che me lo fossi proposto o lo avessi anche solo previsto, queste ricerche si sono trasformate, da analisi che erano, in un atto di ribellione che tuttavia contraddittoriamente presuppone l’accettazione totale di ciò che è inevitabile e scandaloso. Resta da vedere se il lettore, apostrofato in questi termini, mi accompagnerà lungo un cammino segnato dalle contraddizioni.

(da: Jean Améry, Rivolta e rassegnazione – sull’invecchiare, Bollati Boringhieri, 1988, pag. 20)

TUTTI GLI SFORZI

June 2nd, 2018 by Pabuda

(…) credo che in ambito sociale si debba impiegare ogni mezzo per alleviare la sgradevole condizione di   FOTOTESSERA D'UN VECCHIO (PARTICOLARE da Turret_Gunner_2017)chi invecchia o è già anziano. E al contempo ribadisco però che tutti gli sforzi nobili e altamente stimabili compiuti in questa direzione, se possono dare qualche parziale sollievo – svolgendo quindi la funzione di innocui analgesici – non possono tuttavia modificare, alleviare nella sostanza la tragica pena dell’invecchiamento.

(da: Jean Améry, Rivolta e rassegnazione – sull’invecchiare, Bollati Boringhieri, 1988, pagg. 17-18)

(nell’immagine: particolare da un’opera di Turret Gunner, 2017)

AUSCHWITZ: REALIZZAZIONE DEL FASCISMO

May 27th, 2018 by Pabuda

Pochissimi riescono a ricostruire quel filo conduttore che lega le squadre d’azione fasciste degli anni Venti in Italia con i campi di concentramento in Germania, e anche in Italia – perché non sono mancati anche in Italia, questi non molti lo sanno – e il fascismo di oggi, altrettanto violento, a cui manca soltanto il potere per ridiventare quello che era, cioè la consacrazione del privilegio e della disuguaglianza.   IMG_2961_preview.jpeg per AUSCHWITZ E' LA REALIZZAZIONE DEL FASCISMO (PL)

(…) La strage – sulla scala dei milioni – è avvenuta localmente in Germania e non in Italia e questo ha concesso alla maggior parte degli italiani di trovarsi un alibi facile, cioè: «Queste cose le hanno fatte loro, non le abbiamo fatte noi». Ma le abbiamo cominciate noi. Il nazismo in Germania è stata una metastasi di un tumore che era in Italia. È un tumore che ha condotto alla morte la Germania e l’Europa, vicino alla morte insomma, al disastro completo.

Non sono soltanto i quattro milioni e mezzo di Auschwitz ma sono i sei o sette milioni di vittime ebree… e sono i sessanta milioni di morti della seconda guerra mondiale che sono il frutto del nazismo e del fascismo. Questa è una cosa che io personalmente non posso dimenticare per motivi evidenti, ma vorrei che anche gli altri – dico “gli altri” tra virgolette, insomma… tutti, anche quelli che non sono stati in un Lager – ricordassero e sapessero e cioè che il Lager, Auschwitz era la realizzazione del fascismo, era il fascismo integrato, completato, aveva quello che in Italia mancava, cioè il suo coronamento.

(…)

Dove un fascismo, cioè… un nuovo verbo – come quello che amano i nuovi fascisti in Italia – cioè «non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti, alcuni hanno diritti, altri no»… dove questo verbo attecchisce, alla fine c’è il Lager.

(da: Primo Levi, intervista alla Rai, presso la sede di Milano, anni Settanta. Trascritta dal Pabuda)

https://www.youtube.com/watch?v=CoAl8D-MP8c

(nell’immagine: una foto scattata da Bas’ B., da qualche parte in Asia Centrale. Altra zona tempestata di Lager. Sovietici e staliniani, però)

MALATESTA 03 – LE MALATTIE GRAVI

May 27th, 2018 by Pabuda

In quanto a me sto abbastanza bene: meglio certo di quello che stavo negli ultimi tempi precedenti all’attacco. Col bel tempo, che oramai non può tardare a venire, spero di riprendere tutte le mie forze ed avere una nuova conferma della mia teoria che le malattie gravi, se non ti ammazzano, ti purificano    fronte e profilo MALATESTA (UMANITARIO)l’organismo e ti lasciano meglio di prima. Teoria del resto che non è poi mia. La trovai in un vecchio libro di un medico inglese e l’accettai subito… per mia tranquillità.

 Errico Malatesta, Autobiografia mai scritta (a cura di Piero Brunello e Pietro di Paola), ed. Spartaco, pag. 228

NEL LIMITE DEL POSSIBILE

May 26th, 2018 by Pabuda

Come indole personale, non sono facile all’odio. Lo ritengo un sentimento animalesco e rozzo, e preferisco che invece le mie azioni e i miei pensieri, nel limite del possibile, nascano dalla ragione.   riga38-levi-cover-bassa_0

(da: Primo Levi, Appendice in  Se questo è un uomo)

OROLOGI

May 26th, 2018 by Pabuda

– Al mio paese di orologi ce n’erano pochi. Ce n’era uno sul campanile, ma era fermo da non so quanti anni, forse dalla rivoluzione: io non l’ho mai visto camminare, e mio padre diceva che neanche lui. Non aveva orologio neppure il campanaro.                     COVER SE NON ORA QUANDO

– Allora come faceva a suonare le campane all’ora giusta?

– Sentiva l’ora alla radio, e si regolava col sole e con la luna. Del resto, non suonava tutte le ore, ma solo quelle importanti. Due anni prima che  scoppiasse la guerra si era rotta la corda della campana: si era strappata in alto, la scaletta era fradicia, il campanaro era vecchio e aveva paura di arrampicarsi fino lassù per mettere una corda nuova. Da allora in poi ha segnato le ore sparando col fucile da caccia: uno, due, tre, quattro spari. È andato avanti così finché sono venuti i tedeschi; il fucile glielo hanno preso, e il paese è rimasto senza ore.

– Sparava anche di notte, il tuo campanaro?

– No, ma di notte non aveva mai suonato neanche le campane. Di notte si dormiva, non c’era bisogno di sentire le ore. L’unico che ci teneva veramente era il rabbino: lui l’ora giusta la doveva conoscere per sapere quando cominciava e finiva il Sabato.

(da: Primo Levi, Se non ora quando?, Einaudi 1982, pag. 3)

DIALOGO FURIOSO

May 25th, 2018 by Pabuda

(…)

PRIMO LEVI: Hai mai provato a rileggere L’Orlando furioso?

TULLIO REGGE: Sì. Ma l’ho letto senza i compiacimenti letterari con cui me lo volevano servire, come un romanzo a fumetti, forse suggestionato dalle illustrazioni del Doré.     ORLANDO-DORE'-01

LEVI: Lo è anche. Ariosto era un uomo spiritosissimo, sapeva benissimo che stava scrivendo un romanzo a fumetti.

(da: Primo Levi e Tullio Regge, Dialogo, Edizioni di Comunità 1984, pag. 15)

AVVOLTI DA QUESTA ATMOSFERA…

May 21st, 2018 by Pabuda

Vi sarà certamente capitato di dovervi mettere al lavoro dopo aver ricevuto qualche cattiva notizia o dopo aver litigato con qualcuno, o dopo essersi sorbita una rimenata, o dopo aver incontrato visi ostili, o peggio trovandovi a contatto continuo con gente che vi sta sullo stomaco.    MANUALE SABOTAGGIO ULTIMA DI COPERTINA

Succede che il lavoro non marcia. Non ci si può mettere d’impegno. Non si combina niente di buono. Tutto ciò che si fa, si fa più male che bene e non se ne è soddisfatti. Spesso capita di dover ricominciare tutto da capo.

Questo è il risultato di un’atmosfera ostile o semplicemente sfavorevole. Pur tuttavia voi siete a casa vostra, nel vostro ambiente, tra i membri della vostra famiglia o almeno circondati da amici e da conoscenti, siete nella vostra città natale o in quella che avete scelto come residenza. Infine siete nella vostra patria. Ecco ciò che vi deve fare comprendere tutta l’importanza di creare sistematicamente, da mattina a sera e dalla sera alla mattina, un’atmosfera ostile attorno ai nazi che ci si son messi tra i piedi, lontani dalle loro case, dalle loro città o paesi, dalle loro famiglie, dalle loro abitudini, dal loro “habitat” insomma.

Bisogna far sentire loro la nostalgia. E così prenderemo due piccioni con una fava. Prima di tutto faremo commettere ai tedeschi che hanno la responsabilità dell’amministrazione della nostra patria una serie di errori che non si produrrebbero se i bravi nazi fossero di buon umore e conservassero il sangue freddo. I dipendenti ed i subordinati tedeschi di ogni grado, compresi i semplici soldati, maldestramente comandati, avranno ben presto uno stato d’animo ostile verso i loro superiori. E in misura che essi stessi saranno avvolti da questa atmosfera ostile, crescerà in essi la nostalgia di tornare presto al loro paese. Ciò significa demoralizzazione in alto ed in basso.

 (da: Autori Vari, Manuale per il sabotaggio, ed. Napoleone 1973, pagg. 25-27)

LA RIVOLUZIONE È NUDA (M. PANNELLA)

May 19th, 2018 by Pabuda

Carissimo Andrea, mi chiedi una “prefazione” a questo tuo libro. (…) Cosa vuoi da me?    cover UNFìDERGROUND A PUGNO CHIUSO

Tu sei un rivoluzionario. Io amo invece gli obiettori, i fuori-legge del matrimonio, i capelloni sottoproletari anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste disperazione. Amo speranze antiche, come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della Destra storica. Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di rafforzamento, anche solo contingente, dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se “rivoluzionario”. Credo alla parola che si ascolta e che si dice, ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, ai testi più o meno sacri ed alle ideologie. Credo sopra ad ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello “spirituale”: alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici – e tanto più “privati” mi appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano riconosciuti.

Pannella Rolling Stone

   (…)

Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo. Non credo ai “viaggi” e sarà anche perché i “vecchi” ci assicurano sempre che “formano” (a loro immagine) i “giovani”, come l’esercito e la donna-scuola. Non credo al fucile: ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico” per pensare ad eliminarlo. E voi di Re Nudo dite: “tutto il potere al popolo”, “erba e fucile”. Non mi va. Lo sai, non sono d’accordo.

Brucare, o fumare erba non m’interessa per la semplice ragione che lo faccio da sempre. Ho un’autostrada di nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla quale viaggia veloce quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige e ottiene. Mi par logico, certo, fumare altra erba meno nociva, se piace, e rifiutare di pagarla meno cara, sul mercato, in famiglia e società, in carcere. Mi è facile, quindi, impegnarmi senza riserve per disarmare boia e carnefici di Stato, tenutari di quel casino che chiamano “l’Ordine”, i quali per vivere e sentirsi vivi hanno bisogno di comandare, proteggere, obbedire, torturare, arrestare, assolvere o ammazzare, e tentano l’impossibile operazione di trasferire i loro demoni interiori (di impotenti, di repressi, di frustrati) nel corpo di chi ritengono diverso da loro e che, qualche volta (per fortuna!), lo è davvero. Ma fare dell’erba un segno positivo e definitivo di raccordo e speranza comuni mi par poco e sbagliato. Né basta, penso, aggiungervi come puntello il vostro “fucile”.

(…)

non m’interessa molto che la vostra violenza rivoluzionaria, il vostro fucile, siano probabilmente morali e naturali, mentre mi riguarda profondamente il fatto che siano armi suicide per chi speri ragionevolmente di poter edificare una società (un po’ più) libertaria, di prefigurarla rivoluzionando se stesso, i propri meccanismi, il proprio ambiente e senza usar mezzi, metodi idee che rafforzano le ragioni stesse dell’avversario, la validità delle sue proposte politiche, per il mero piacere di abbatterlo, distruggerlo o possederlo nella sua fisicità.

La violenza è il campo privilegiato sul quale ogni minoranza al potere tenta di spostare la lotta degli sfruttati e della gente; ed è l’unico campo in cui può ragionevolmente sperare d’essere a lungo vincente. Alla lunga ogni fucile è nero, come ogni esercito ed ogni altra istituzionalizzazione della violenza, contro chiunque la si eserciti, o si dichiari di volerla usare.

Se la lotta rivoluzionaria presupponesse davvero necessariamente: morte di compagni, il loro “sacrificio” e questa esemplarità, la “presa” del potere; e, a potere preso, o nelle more della conquista, il ripetere contro i nemici i gesti per i quali io sono loro nemico, gesti di violenza, di tortura, di discriminazione, di disprezzo, consideratemi pure un controrivoluzionario, o un piccolo borghese da buttar via alla prima occasione.

Non sono, infatti, d’accordo. L’etica del sacrificio, della lotta eroica, della catarsi violenza mi ha semplicemente trotto le balle; come al “buon padre di famiglia”, al compagno chiedo una cosa prima d’ogni altra: di vivere e d’essere felice. Penso, personalmente, che avendo un certo bagaglio di speranze, di idee e di chiarezza non solo questo sia possibile, ma che non vi sia altro modo per creare e vivere davvero felicità. Ma esser “compagno” (come esser padre) non è scritto nel destino né prescritto dal medico. Se le vie divergono, lo constateremo e cercheremo di comprendere meglio. Ma basta con questa sinistra grande solo nei funerali, nelle commemorazioni, nelle proteste, nelle celebrazioni: tutta roba, anche questa, nera: basta con questa “rivoluzione” clausevitziana, con le sue tattiche e strategie, avanguardie e retroguardie, guerre di popolo e guerre contro il popolo, di violenza purificatrice e necessaria, di necessarie medaglie d’oro; la rivoluzione fucilocentrica o fucilo-cratica, o anche solo pugnocentrica o pugnocratica non è altro che il sistema che si reincarna e prosegue. Non solo il “Re” ma anche questa “Rivoluzione” vestita di potere e di violenza è nuda, Andrea. Tollera ch’io lo scriva nel tuo libro, se questa lettera sarà accolta come prefazione. E tollera molto altro…

(…)

Quando vedo nell’ultimo numero di Re Nudo, ultima pagina, il “recupero” di un’Unità del 1943 con cui si invita ad ammazzare il fascista, dovunque capiti e lo si possa pescare, perché “bisogna estirpare le radici del male”, ho voglia di darti dell’imbecille. Poi penso che tutti sono d’accordo con te, tranne noi radicali, e sto zitto, se non mi costringi, come ora, a parlare e a scrivere. Capisco le vostre ragioni: anche voi dovete dimostrare (a voi stessi?) che il PCI è oggi degenerato; che ieri era meglio d’oggi; che quando aveva armi e potere rivoluzionario era più maschio, più coraggioso, più duro e puro. Invece (come Partito, qui non parliamo dei “comunisti”) era semmai, peggio, perfino molto peggio d’oggi. Comunque non era migliore sol perché teorizzava qua e là l’assassinio politico e popolare come atto di igiene e di garanzia contro “il male”. Per chi l’ha ammazzato, certamente, Trotzky era peggio e più schifoso d’un fascista, e ancor più profonda radice del male. Ma, per voi che riesumate, ad onta dell’Unità di oggi, quella di ieri, credendo di legarvi così alle tradizioni di classe, popolari, operaie, non c’era davvero nulla di meglio da recuperare che questi concetti controriformistici, barbari, totalitari, contro le “radici del male”?

(…)

In questa ricostruzione che continua ininterrotta, in questa oppressione che si è riaffermata, che ha ritrovato la sua continuità ed aumentato la sua forza, dove sono mai i “fascisti” se non al potere ed al governo? Sono i Moro, i Fanfani, i Rumor, i Colombo, i Pastore, i Gronchi, i Segni e – perché no? – i Tanassi, i Cariglia, e magari i Saragat, i La Malfa. Contro la politica di costoro, lo capisco, si può e si deve essere “antifascisti”, cioè “antidemocristiani”. Noi radicali lo siamo. Lo sono anch’io, il più laicamente e spassionatamente, cioè il più chiaramente e duramente, possibile.

(… )

sotto la bandiera antifascista, si prosegue una tragica operazione di digressione. Come se, negli anni in cui il fascismo si affermava, si fossero mobilitate le energie democratiche e popolari innanzitutto contro i Dumini e gli altri assassini materiali di Matteotti, dei Rosselli, degli antifascisti; o se pensassimo davvero che fu “fascismo” quello dei ragazzi ventenni che casualmente e “stupidamente” indirizzarono la loro generosità e la loro sete di sacrificio verso la Repubblica Sociale, divenendo poi “oggettivamente” sicari dei tedeschi e dei nazisti, assassini e torturatori. Scatenando, rilanciando la caccia contro gli Almirante e gli altri ausiliari di classe, di chiesa, di Stato, facendone i demoni, dando loro dignità di “male”, dirottando sdegno, rabbia, rivolta, contro di loro, servite oggettivamente il potere, il fascismo, quali oggi concretamente vivono e prosperano nel nostro paese.

(…) In tutta questa vostra storia antifascista non so dove sia il guasto maggiore: se nel recupero e nella maledizione d’una cultura violenta, antilaica, clericale, classista, terroristica e barbara per cui l’avversario deve essere ucciso o esorcizzato come il demonio, come incarnazione del male; o se nell’indiretto, immenso servizio pratico che rende allo Stato d’oggi ed ai suoi padroni, scaricando sui loro sicari e su altre loro vittime la forza libertaria, democratica, alternativa e socialista dell’antifascismo vero.

(da: Marco Pannella, Prefazione a Andrea Valcarenghi, Underground a pugno chiuso, Arcana editrice  1973 e NdA Press 2007)