IL MECCANISMO

December 14th, 2017 by Pabuda

Comprendevo che era il principio dello sterminio di tutta la vecchia generazione rivoluzionaria… Perché questo massacro, mi domandavo nella Révolution  Ritratto di Stalin (V. Serge - Massari ed.)Prolétarienne, e non gli vedevo altra spiegazione che la volontà  di sopprimere i gruppi di ricambio del potere alla vigilia di una guerra considerata imminente. Stalin, ne sono persuaso, non aveva strettamente premeditato il processo, ma egli vide nella guerra civile di Spagna il principio della guerra europea – Una orribile logica ha presieduto all’ecatombe… Assassinati i primi bolscevichi, bisognava evidentemente assassinare gli altri, diventati testimoni incapaci di perdonare. Bisognò pure, dopo i primi processi, sopprimere coloro che li avevano montati e ne conoscevano i retroscena, al fine che la leggenda creata diventasse credibile. Il meccanismo dello sterminio era così semplice che si poteva prevederne la marcia. 

(da: Victor Serge, Memorie di un rivoluzionario, La Nuova Italia, Firenze 1956, p. 486)

SILENZIO ASSOLUTO

December 13th, 2017 by Pabuda

Nessuno consentiva a vedere il male così grande come era. Che la controrivoluzione burocratica fosse giunta al potere e che un nuovo Stato dispotico stesse uscendo dalle nostre mani per schiacciarci,   memorie prima edizioneriducendo il paese al silenzio assoluto, nessuno, nessuno tra noi voleva ammetterlo. Dal fondo del suo esilio di Alma Ata, Trotsky sosteneva che questo regime rimaneva il nostro, proletario, socialista, benché malato; il partito che ci scomunicava, ci imprigionava, cominciava ad assassinarci, restava il nostro e continuavamo a dovergli tutto; non bisognava vivere che per lui, non potendosi servire la rivoluzione che per mezzo suo. Eravamo vinti dal patriottismo di partito; questo suscitava la nostra ribellione e ci schierava contro noi stessi.

(da: Victor Serge, Memorie di un rivoluzionario, La Nuova Italia, Firenze 1956., p.356)

L’ERRORE

December 13th, 2017 by Pabuda

 Serge par son fils Vladi Michail Ivanovic Kostrov, per nulla superstizioso, sentiva nella sua vita il sopraggiungere delle cose; queste si preannunciavano con segni quasi impercettibili. Così per il suo arresto. Il rettore gli si era rivolto con uno strano tono: – Michail Ivanovic, ho deciso di sospendere momentaneamente il vostro corso – siete arrivato al Direttorio, non è vero?

Timore, ovviamente, di possibili allusioni alla recente svolta politica.

- Preparatemi dunque un corso molto breve sulla Grecia -

Un divario di circa duemila anni. In quel momento Kostrov sentì di commettere un errore, ma lo fece allegramente, per il gusto di spaventare un po’ quel fifone ben sistemato, che per telefonare al segretario del comitato assumeva un particolare tono di voce.

- Ottima idea. Ho in mente da molto tempo una serie di conferenze sulla lotta di classe nella città  antica… C’è spazio per una nuova teoria sulla tirannia.

Il rettore sfuggiva il suo sguardo, chinando la testa sulle carte. La sommità  calva del suo cranio ricordava quella di un chierico.

- Piano, però, con le nuove teorie. Mormorava tra le labbra. Arrivederci.

 Fu scorgendo la chierica che Michail Ivanovic si sentì trascinato verso certi eventi… Uscì dalla stanza con un sospetto preciso: «Qualcuno mi ha denunciato. Chi?».

 

(da: Victor Serge, E’ mezzanotte nel secolo, ed. e/o 1980, pag. 7)

IL VISITATORE

December 11th, 2017 by Pabuda

L’uomo sfociò sull’isola, si fermò. Delle zaffate d’aglio, di frittura, di barbabietola cotta lo investirono alle narici. Giava masticava. Sparpagliate davanti dietro intorno alla fontana che gorgogliava placidamente, le baracche, come bestie sfinite, parevano battere la fiacca. Qua e là  si faceva sentire la densità  di una parola, di una sillaba, e a quel punto era come se lo zoccolo avesse urtato il terreno. L’uomo emise una risata sorda, la risata rasserenata di un viaggiatore che, tornando da lontano, ritrova intatto l’ordine di casa. Niente era cambiato, non c’era stata né peste né colera, no quello no. Salì i gradini di una baracca, un istante di raccoglimento, poi socchiuse adagio la porta.       Les-Javanais 02

Karl il meccanico e Magnus il dottore davano fondo alla loro sbobba. Cotta e ricotta per successivi riscaldamenti, aveva la consistenza del mastice. Seduto di fronte all’ingresso, Karl scorse il visitatore per primo. Rimase con la forchetta per aria, un pezzo di carne smangiucchiato in punta. Hans!… Il diavolo se si aspettavano di vederlo, e vestito da sbalordire per di più – giacca di tweed e martingala, camicia a righe blu, cravatta rossa, pantaloni alla zuava, calzini scozzesi con pompon, feltro con piuma, scarpe gialle… continuavano a passarlo al vaglio, girati di qui, girati di là  e Hans, occhi modestamente bassi, che assumeva pose da gradasso.

- Magnifique! – si entusiasmava Magnus che rimetteva i resti di spezzatino nella marmitta. –  Très magnifique! E’  il tuo defunto zio canadese che ti ha agghindato in quel modo? Convoli a giuste nozze?

Hans, sguardo distolto, si lanciò in un racconto un po’ troppo rapido, un po’ troppo stretto per sembrare plausibile.

(da: Jean Malaquais, I giavanesi, DeriveApprodi 2009, pag. 196)

SI PUÒ ANDARE AVANTI

December 11th, 2017 by Pabuda

Quella mattina, come ogni mattina, in galleria i capisquadra hanno picchettato il tetto a colpi di martello, toc toc hanno picchettato da tutte le parti dove la sera prima la roccia era stata farcita di dinamite.   mineurs2Grondando sudore, strizzando gli occhi per la luce cattiva, i capisquadra hanno messo i segni sui fronti di taglio, un colpo lì, un colpo là, l’orecchio attento a ogni rumore di crepa. Usavano un martello leggero col manico lungo e flessibile, prolungato a dismisura dall’ombra mutevole. Col martelletto in mano, i capisquadra hanno tastato il tetto, tastato e carezzato con schiaffetti prudenti. Un rumore sordo, senza eco, non è segno di incrinatura, lì dietro non c’è vuoto: si può andare avanti. Gli uomini sono andati avanti. Svolazzavano i massi, sbattevano le pietre, si foravano le gallerie. Gli uomini azzannavano la roccia, ci davano dentro coi loro incisivi d’acciaio, tiravano fuori il pane quotidiano. I compressori bucavano i timpani, trituravano la carne, bersagliavano le budella; le frese trivellavano canali per la dinamite, il minerale cascava nei pozzi di evacuazione, poi rimbalzava sulle benne di latta e le benne traballavano sul binario malaticcio. Gli uomini rosicchiavano il didentro della terra, la smangiucchiavano, la tagliuzzavano. A questo qua con la macchina perforatrice sulla pancia cosa gli ha mai fatto questa roccia mille volte millenaria. A quest’altro e a quell’altro ancora cosa gli ha fatto? Cosa avevano da accanirsi su quelle rocce cascate dalle nebulose, da farle a pezzetti, da macinarle nella notte dei tempi mentre il sole scorrazzava proprio sopra di loro, con il sole, il mare e il moscatello sul fianco delle colline. Beh vediamo, rodevano, sminuzzavano, imbarcavano qualcosa da mettere sotto i denti, la loro pastura condita con sali di piombo e di argento mille volte millenari senza pensare a niente di pensabile, di sicuro non alla notte dei tempi che poteva inghiottirti senza lasciare traccia. Spingendo, stramazzando di fatica. Daud Halima e il vecchio Ponzoni detto Babbo Giuseppe si puntellavano ciascuno sulla sua carriola carica fino all’orlo. I compagni di squadra, Elhachine ben Kalifa e Zakharis Mlinoff, un campione in meccanica l’uno e barba fin dentro agli occhi quell’altro, fracassavano a cadenza un blocco di roccia. Uno veniva dal Sud, quell’altro dal Nord, a metà  strada gli è toccato incontrarsi sotto lo stesso sasso, un vero    le javanais 01 affare. (…)  E’ successo in modo stupido, senza segnali premonitori oppure è stato uno schiocco impercettibile nel fracasso delle trivelle. Resta il fatto che il tetto ha mollato la presa, ha ceduto in blocco, se li è ingoiati di botto il barbuto e il saraceno, con gli utensili e le carabattole e la loro merenda di lusso. Poi c’è stata una valanga di pietrisco, di ciottolato, di brecciolino e un filo d’acqua ha gorgogliato placidamente la preghiera dei morti.

 (da: Jean Malaquais, I giavanesi, DeriveApprodi 2009, pagg. 120-121)

AGO & FILO

December 8th, 2017 by Pabuda

Dopo qualche tempo abbandonai il mio posto di fianco al bugliolo. Ogni nuovo arrivo mi sospingeva verso la finestra, sinché mi trovai tra Kaethe Schulz ed un’insegnante russa di ginnastica. Uno dei suoi svaghi preferiti consisteva in un gioco con i fiammiferi, per mezzo del quale pronosticava se il nostro futuro ci conduceva in Siberia o in libertà. Naturalmente questo passatempo era severamente vietato, come d’altronde quasi tutto: cucire, parlare, cantare, correre e persino stenderci a sonnecchiare.   Margarete da giovaneCiononostante, ci applicavamo con passione sia nel cucito che nel ricamo. Avevamo a disposizione un unico ago e qualche gugliata di filo, usati per rattoppare i buchi e riattaccare i bottoni. Guai a noi se ci avessero sorprese a cucire qualcosa. Tutte le 110 detenute della cella sarebbero state private della passeggiata, degli acquisti nello spaccio e della biblioteca. Ma i prigionieri sanno arrangiarsi. Con i fiammiferi ci fabbricammo dei bellissimi aghi da cucito. Possedevamo i fiammiferi perché ci permettevano di fumare. Per assottigliarli li sfregavamo con infinita pazienza contro il muro ruvido oppure contro un cristallo di zucchero. Si strofinava un’estremità  fino a creare una piccola protuberanza e con l’unghia intagliavamo l’altro capo. Per finire si infilava il filo, serrandolo poi con un nodo. Questi “aghi” erano particolarmente adatti al ricamo. Ne esisteva anche un tipo raffinato, prodotto sacrificando un dente del pettine poi sottoposto allo stesso trattamento. Utilizzavamo gli aghi autorizzati – la cui perdita avrebbe comportato una punizione per tutta la cella – per liberare la cruna degli altri, dopo averne arroventato la punta con un fiammifero.

Nella cella riuscimmo persino a cucire un abito completo ad una donna incarcerata da molto tempo, la quale possedeva solo gli abiti che indossava il giorno in cui l’avevano arrestata per strada. I penitenziari di carcerazione preventiva non permettevano ai prigionieri di ricevere indumenti da casa ma neppure distribuivano biancheria, vestiti o coperte. Nello spaccio della prigione si potevano comprare degli strofinacci e mutande maschili. Alcune detenute imbastirono sei di questi strofinacci di lino grezzo. Ma come si taglia un abito senza le forbici? Risolsero anche questo problema. Tracciarono sulla stoffa il taglio da eseguire con la punta annerita di un fiammifero bruciato. Poi piegarono il tessuto lungo i contorni e – pieghettando l’angolo così ottenuto – lo avvicinarono ad un fiammifero acceso, avendo cura di ritirarlo a tempo debito. Il nostro filo da cucire proveniva dagli indumenti più diversi. Chi possedeva una maglia ne ricavava filo sufficiente per sei mesi di detenzione sfilandola solo fino all’ombelico. Anche il filo per rattoppare le calze si otteneva semplicemente accorciando le altre calze. Particolarmente ricercato per il lavoro a maglia era il filato di maglioni o giacchini colorati. Le russe erano delle vere maestre in questo campo. L’opulenta lettone che vagabondava da un gruppo all’altro ricamò a punto croce l’orlo e lo scollo dell’abito fatto di strofinacci. Lo ricordo come uno dei più indovinati modelli estivi.

(da: Margarete Buber-Neumann, Prigioniera di Stalin e Hitler, Il Mulino edizioni, pagg. 31-33)

LA TESI N. 7 DI WALTER B.

December 7th, 2017 by Pabuda

Considerate il buio e il freddo grande

di questa valle echeggiante di lacrime      Benjamin primissimo piano

(Brecht, L’opera da tre soldi)

 

Fustel de Coulanges raccomanda allo storico che voglia rivivere un’epoca di cacciarsi di mente tutto ciò che sa del corso successivo della storia. Non si potrebbe definire meglio il procedimento con cui il materialismo storico ha rotto i ponti. E’ un procedimento di immedesimazione. La sua origine è la pigrizia del cuore, l’acedia, che dispera di impadronirsi dell’immagine storica autentica, balenante per un attimo. Essa era considerata, dai teologi del Medioevo, come il fondamento ultimo della tristezza. Flaubert, che ne aveva fatto la conoscenza, scriveva: “Peu de gens devineront combien il a fallu etre triste pour ressusciter Carthage“. La natura di questa tristezza si chiarisce se ci si chiede in chi propriamente “si immedesima” lo storico dello storicismo. La risposta suona inevitabilmente: nel vincitore. Ma i padroni di ogni volta sono gli eredi di tutti quelli che hanno vinto. L’immedesimazione nel vincitore torna quindi ogni volta di vantaggio ai padroni del momento. Con ciò si è detto abbastanza per il materialista storico. Chiunque ha riportato fino ad oggi la vittoria, partecipa al corteo trionfale in cui i dominatori di oggi passano sopra quelli che oggi giacciono a terra. La preda, come si è sempre usato, è trascinata nel trionfo. Essa è designata con l’espressione “patrimonio culturale”. Esso dovrà  avere, nel materialista storico, un osservatore distaccato. Poiché tutto il patrimonio culturale che egli abbraccia con lo sguardo ha immancabilmente un’origine a cui non può pensare senza orrore. Esso deve la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei. Non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie. E come, in sé, non è immune dalla barbarie, non lo è nemmeno il processo della tradizione per cui è passato dall’uno all’altro. Il materialista storico si distanzia quindi da essa nella misura del possibile. Egli considera come suo compito passare a contrappelo la storia.

(da: Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia (1940), in Angelus novus – Saggi e frammenti, Einaudi editore, trad.: Renato Solmi, pagg. 75-86).

LA TESI N° 9. DI WALTER B.

December 5th, 2017 by Pabuda

La mia ala è pronta al volo,            Angelus-Novus-Paul-Klee

ritorno volentieri indietro,

poiché restassi pur tempo vitale,

avrei poca fortuna

(Gerhard Scholem, Il saluto dell’angelo)

 

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

da: Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia (1940), in I Angelus novus. Saggi e frammenti, trad. it. di R. Solmi, Giulio Einaudi editore, pagg. 75-86.

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Angelus Novus, Paul Klee, 1920
Disegno ad olio ed acquerello su carboncino, 31,8 x 24,2 cm
The Israel Museum, Gerusalemme

 

IN VANTAGGIO

December 3rd, 2017 by Pabuda

Nel match del secolo tra socialismo e barbarie, la seconda  è nettamente in vantaggio. Entriamo nel Ventunesimo secolo con meno speranze dei nostri antenati alla soglia del Novecento.    JEANNE DE GUERRE COVER

(da:Daniel Bensaid, Jeanne de guerre lasse, Gallimard 1991)

IL “BATTELLO-LAVATOIO”

November 24th, 2017 by Pabuda

L’isola di Giava si anima. Dai tramezzi sconnessi delle catapecchie passano    Jean_Malaquais_en_Méxicodelle voci. Gli uomini escono sulla soglia di casa, gli occhi cisposi, il sapore del sonno in bocca. Da una sorta di stabbio addossato al muro mezzo crollato di una vecchia fonderia viene fuori una cantilena d’altri tempi. E’ il battello-lavatoio. E’ chiamato così per il ribollio della caldaia che non la smette mai. Ci vivono una ventina di uomini, ognuno la branda che gli spetta, comunque meglio delle galere dei tempi andati; venti uomini che si capiscono con una parlata che è un miscuglio di tutte le lingue, ma che non è di nessuna perché è quella di Giava. Spesso lo stabbio cambia ospiti, spesso il battello rinnova la ciurma; ma poco o tanto affollato, là dentro si rugghia e si mugghia. Quando i giavanesi dicono che al battello-lavatoio c’è adunanza significa che il battello vira di bordo, che c’è maretta e rischia di colare a picco.

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(da: Jean Malaquais, I giavanesi, DeriveApprodi 2009)