RELAZIONE

August 31st, 2011 by Pabuda

 già mi vien sonno!

lo dicevo io

che non sarebbe stato poi

così eccitante

tutto quest’amore

zuppo di passione,

desiderio e trasporto:

sarebbe stata

molto più assennata

una bella relazione razionale,

ben pianificata,

con le sue tappe (o step),

i suoi traguardi

e i relativi benefit,

con periodici riepiloghi

degli indispensabili

feedback,

che non guastano mai.

poi, sulla base d’un’adeguato monitoraggio,

magari con l’aiuto di qualche esperto

(o esperta… ci mancherebbe altro!)

si sarebbe potuto disegnare

un amorevole diagramma

coi sentimenti e gli ormoni

ben distribuiti

sull’asse ics

e sull’asse ipsilon

SOLO MONK

August 31st, 2011 by Pabuda

oggi ascolterei

solo Monk.

oggi ho la testa vuota:

se la percuoti con le nocche

la mia vuota testa fa: tonk!

se di punto in bianco

soltanto Monk

m’ascoltassi

mi perderei?

può darsi,

ma il rischio

lo stesso, vi giuro,

abbastanza spavaldo,

io quel rischio lo correrei.

ci guadagnerei?

adesso come adesso

ne son sicuro:

qualsiasi cosa

mi suoni da solo

Thelonious Monk,

di dolce o d’asprigno,

di terroso, di bagnato,

di ruvido

o liscio come l’olio,

molto meglio

di quel sordo tonk!

è inutile stare qui

a girarci intorno:

ne ho visti di pianisti,

ne ho sentiti di jazzisti…

ma con Thelonious

mi farei dei giri

che manco io

m’aspetterei

di farli, da solo, quei giri.

ora mi preparo

ad ascoltare

soltanto Monk:

lui da solo

col suo piano:

non voglio sentire

nessuno qui in giro:

siate gentili:

levatevi di torno:

ascolto Thelonious,

mi faccio i miei giri

coi suoi fruscianti vinili,

vado in orbita intergalattica,

poi, magari, con una strana

smorfia sulla faccia, torno

tra voi umani

LA ROBA DEL BATTERISTA

August 29th, 2011 by Pabuda
Fotografia by Xavier Cuadrada

.

Prima di ogni gig, il campo è suo. Joe occupa metà palco con gli arnesi che via via libera dalle custodie, dagli astucci, dalle fodere. Gli altri musicisti attendono intorno con pazienza e rispetto. Di solito, si limitano a controllare d’avere le scarpe ben lucide. Solo se c’è molta confidenza, danno una mano. Ma senza invadenza. Attenendosi scrupolosamente alle sue istruzioni.
Lui è molto concentrato, sembra preso nell’allestimento della postazione di una mitragliatrice.
Quella roba lì lui la spolvera, la lucida, la olia, la regola, chiude morsetti, misura tensioni, allenta viti e rondelle. Poi torna a stringerle, ficca due stracci nella grancassa per smorzarne la potenza, prova distanze e accomodamenti, alza e abbassa aste, controlla pelli e corde, ammorbidisce pedali e prova piatti, fa il solletico al charleston piegandosi per avvicinare l’orecchio e sentire le risatine che fa, ausculta tutte le possibili vibrazioni e borbotta: “mhm… la mia vecchia merda è sempre rooba ok… la roba nuova è sempre veera meerda.”. Dopo di che, fa un po’ il giocoliere con le bacchette: uno sfizio che si toglie solo durante le prove e i preparativi, maai in concerto: li considera esibizionismi da cafone che non si confanno al suo stile.
Non ci crederai ma, caspita, il tipo parla davvero così: il drummer è proprio sboccato, ma dietro l’apparente limitatezza del suo succinto turpiloquio si nasconde una sensibilità sconfinata e una precisione millimetrica, che qualche collega invidioso, o pigro, ha scambiato per pedanteria, affibbiandogli il nomignolo di “Cacaspilli”.
Tutti gli altri, invece, lo chiamano semplicemente Big Joe. Niente d’originale o particolarmente fantasioso: Joe è il batterista più grasso e grosso che si sia mai visto in giro. Caratteristiche piuttosto rare in quella categoria di musicisti. Le si nota soprattutto durante questi riti preparatori, dedicati al montaggio dell’ingombrante strumento. Sì, perché Joe li esegue prima d’indossare l’abito di scena: porta solo una maglietta striminzita e le braghe di una tuta da jogging. Così, mentre si affanna a montare i vari pezzi “di merda” della sua batteria, esibisce buona parte del suo corpaccione. È imponente ma non suscita timore. Al contrario: è invitante come una montagna di cioccolato. La ciccia è imperlata di sudore, la pelle lucida e brillante, liscia e morbida. Fossi una donna bionda ossigenata pallida e golosa mi verrebbe da morderlo tutto, facendo dei gridolini come squittii tra un morso e l’altro. Ma questo è un altro discorso. Meglio che queste fantasie me le tenga per me. Parliamo di musica, apparentemente casta e innocente.
Quando Stan, il leader del gruppo, un sassofonista alto e dinoccolato, tutto ossa, nervi e polmoni, presenta ai compagni le nuove idee su cui ha gettato il sangue per l’intera notte precedente, sbuffando nello strumento tutte le sinuose curve melodiche che gli son passate per la testa, che s’ammorbidiscono e si stendono fino a diventare fili di suono dritti e piani, ma presto s’imbizzarriscono e s’attorcigliano in riccioli di note, cavati a viva forza dalla massa compatta del concetto sonoro, il drummer non si discosta molto dal solito registro comunicativo: “Ehi, Stan! Come t’è venuta in mente ‘sta robaa? Erano secoli che non tiravi fuori della merda così!”.
Stan ha l’orecchio fino: non solo per la musica, anche per cogliere tutte le sfumature, le tonalità e le cadenze e le inflessioni con cui il suo batterista è capace di pronunciare la parola “merda”: non ha dubbi che, in questo caso esprima, dal più profondo del cuore, apprezzamento entusiastico, convinta ammirazione.
Poi, tra quella gente, non è che le parole abbiano troppa importanza. La partecipazione, la condivisione o il rifiuto si esprimono attraverso tutt’altri codici, ben più sofisticati e articolati. Roba che neanche tra gli innamorati… I movimenti degli occhi, per dire la cosa più banale. Ma non quelle occhiate che tutti si potrebbero immaginare, tipo i cenni d’intesa o gli sguardi
 di rimprovero. È una cosa molto più sottile.
Per esempio, quando Stan esegue col sax le linee centrali di un nuovo pezzo che propone fresco fresco al quartetto, insomma, quando per la prima volta fa ascoltare ai suoi colleghi della “merda” nuova, intravede gli impercettibili movimenti degli occhi di Big Joe “Cacaspilli”, mentre quello se ne sta perfettamente immobile seduto sullo sgabello dietro la batteria. Stan sa perfettamente cosa sta combinando il compare: sta guardando in successione i punti esatti dei tamburi, dei piatti e del rullante dove andrà a poggiare i suoi colpi, immaginandone l’intensità e l’accento. Uno per uno li vede quei colpi (e, nella sua testa già li sente) accompagnare e corroborare la musica appena accennata dal sax.
Stan riesce a misurare la mole di invenzioni ritmiche, distingue, seguendo i minimi movimenti degli occhi di Big Joe, le linee ritmiche che il ciccione sta immaginando. Lui, Stan, non sarebbe mai stato capace neanche di immaginarne un decimo. Stan sa che la fantasia di Big Joe è la salvezza del quartetto e della loro musica. Senza quella folle creatività ritmica verrebbe fuori una roba elegante e armonicamente ineccepibile sì, ma rigida e prevedibile come uno di quei fottuti standard che fan venire il latte alle ginocchia.
 Le palle degli occhi di Big Joe, in un certo senso, stanno tracciando dei segni sulla partitura mentale che il batterista sta componendo a partire dalle sollecitazioni offerte dal sax di Stan. È incredibile! Perché quei movimenti oculari non sono molto più ampi dei rapid eye movement che accompagnano il sonno paradossale e i sogni che lo popolano.
Stan è contento che l’omone della batteria, il “suo” gigante buono, sappia ragionare con la sua testa, con grande libertà.
Il fatto che Stan sia in grado di percepire quei movimenti degli occhi è la prova del legame che lo lega al suo corpulento batterista: un permanente dialogo creativo fatto di ascolto, di scambio, di intuizioni, di complicità e di fiducia. Visto da fuori, come lo vedo io, che sono un semplice agente procacciatore d’ingaggi e contratti, quella roba sembra telepatia allo stato puro. Ma, in fondo, so che non è così: quella roba è jazz, mescolato con massicce dosi d’amore.
Se Big Joe dovesse mai leggere queste righe, mentre m’abbraccia quasi stritolandomi con quei braccioni che sembrano prosciutti, mi direbbe: “Cazzo, nanetto, ma come ti viene in mente di sputtanarci scrivendo ‘sta merda?”

LE SENSAZIONI DEL CITTADINO ZETA

August 29th, 2011 by Pabuda

Il cittadino Zeta abita al Casoretto, un quartiere del nord-est urbano di Milano. Un tempo c’era il Leoncavallo, il centro sociale: quand’era casinista e battagliero e non assoldava buttafuori prezzolati maneschi come una discoteca qualsiasi. C’aveva i suoi propri compagni autoctoni maneschi autoprodotti (e molto economici) per “isolare politicamente” cacciare i sospetti spacciatori. Negli anni Settanta il Casoretto era anche la base della “banda Bellini”. Il cittadino Zeta ne sentì parlare appena arrivato a Milano: le scorrerie erano terminate da un pezzo ma il sindacalista Sergio ne raccontava sempre, con un po’ di nostalgia e con le solite esagerazioni mitologiche. Poi lesse anche il romanzo di Philopat, mettendone da parte le romanticherie, come si fa col grasso in eccesso dal prosciutto, e utilizzandolo quasi come una guida stradale per conoscere la città, o come un atlante storico.

Al Casoretto c’è via Mancinelli, su un lato di quel quadrilatero storto del fu Leo, dove assassinarono Fausto e Iaio. Da quando il cittadino Zeta sbarcò a Milano, il centro sociale fu significativamente rimpiazzato da una banca, un vivaio con annessa erboristeria e un ristorante fighetto caro come l’oro. Oggi il quartiere è un posto tranquillo, abitato soprattutto da anziani, che si anima un po’ solo il giovedì mattina, quando c’è il mercato in via Ampere. Il cittadino Zeta compra il buon pane e la cattiva focaccia troppo lievitata alla panetteria sull’angolo di Piazza Durante. È lì che ha conosciuto il signor Elvezio. Poi, da cosa nasce cosa, un’idea tira l’altra. Ma questa è un’altra storia: ancora da scrivere.

Qualche mese fa, il cittadino Zeta nota dei manifestini appiccicati qua e là. In particolare, ne vede tanti, troppi sui vetri della vecchia, ormai inutilizzata, cabina telefonica di Piazza San Materno, collocata in posizione equidistante fra il più disordinato e polveroso negozio di colori e vernici che si sia mai visto sulla faccia della terra e il pizzaiolo turco apprezzato per il discreto kebab e per dei falafel ottomani di laboriosissima digestione. Si incuriosisce: i manifestini pubblicizzano la nascita di un comitato di cittadini denominato “ViviCasoretto”. Sui manifestini sono riportate un paio di frasi abbastanza generiche: “qualità della vita nel quartiere” e “lotta al degrado”.

Per farla breve: il cittadino Zeta chiama al cellulare indicato su quei foglietti fotocopiati e manda un email all’indirizzo del comitato, chiedendo informazioni.

Al telefono gli risponde un tale dall’accento inconfondibilmente lombardo che, con orgoglio, riferisce: “Ueh… abbiam fatto un gazebo per il problema della macelleria islamica di via Casoretto: due giorni dopo la polizia municipale ha fatto il blitz nel negozio”. Come d’incanto, al cittadino Zeta girano le palle: borbotta qualcosa per comunicare la sua disapprovazione e riattacca. Quindi, dimentica rapidamente l’intera faccenda. Dopo qualche settimana però riceve una email che lo avvisa di una riunione del comitato ViviCasoretto. Il cittadino Zeta memorizza il messaggio elettronico ed è quindi in grado di riferirlo riga per riga: “Buongiorno. Come coordinatrice dei comitati cittadini per conto dell’assessore, volevo comunicare che il giorno venerdì 3 aprile alle ore 20.30 il comitato in oggetto ha organizzato una riunione per fare il punto della situazione. Se vuole partecipare la riunione si terrà presso il Centro Identitario, in via Bassano del Grappa 32. firmato: Tal dei Tali – segreteria particolare assessore Grande e Grosso – territorio e urbanistica – Regione Lombardia; telefono …”.

Il nostro Zeta vuol saperne di più: non è difficile: gli basta visitare il sito dell’assessore: tutto un inno verde alla “devolution/revolution”, all’ordine, agli sgomberi dei campi rom e dei centri sociali di merda.

Il cittadino Zeta non si scoraggia: è un ficcanaso democratico: la curiosità lo spinge ad andare alla riunione.

Il Centro Identitario è un locale dimesso, protetto da un robusto cancello e da numerose telecamere. Appena entrati, si è colpiti da un immagine lugubre: sulla parete opposta all’ingresso campeggia una grossa ascia bipenne in metallo finto-antico. Il cittadino Zeta non sa dire se gli ricorda di più il simbolo della disciolta organizzazione neofascista Ordine Nuovo o l’arredamento pseudo-medievale dei negozi di Grazzano Visconti. Su un’altra parete sono riportati slogan e immagini che ricordano il Sacro Fiume Po.

Finalmente, si entra nella stanzetta della riunione. Il “comitato” è sparuto: c’è il Presidente (la cui voce ricorda quella lombardissima che rispose al primo contatto telefonico), c’è la segretaria dell’assessore, truccatissima e carica di bigiotteria, che se facesse un bagno nel Naviglio Martesana colerebbe a picco in un battibaleno, c’è un anziano signore con giacca, panciotto floreale con cipolla e catena silmil-oro ficcato in un taschino (sembra simpatico, soprattutto per i baffoni sproporzionati, e un po’ svitato: abita in qualche altra zona e, a suo dire, passa ore e ore del giorno e della notte a “monitorare” i movimenti sospetti individuabili sotto il suo balcone), c’è un ragazzetto nervosissimo tutto appuntito (naso pinocchiesco, capelli biondastri stile istrice nibelunga, sguardo aguzzo e sospettoso) e ci sono altre due o tre persone meno appariscenti. Nelle chiacchiere di presentazione tutti fanno riferimento alla Lega Nord e all’assessore già citato, a parte uno che viene presentato un po’ ruvidamente: “Lui è quello di Forza Italia”. La discussione non è molto interessante: il cittadino Zeta non capisce gli astiosi riferimenti ad altri leghisti nominati come fossero traditori o avversari, né il livore contro il prete della chiesa di Casoretto.

I piani di lavoro sono ridotti all’osso: qualche altra iniziativa contro la macelleria islamica (fra l’altro, ci si augura un provvidenziale incendio), la presa di contatti con l’associazione dei commercianti e magari una petizione per spostare da via Ampere il mercato di strada del giovedì. Il cittadino Zeta prova a chiedere spiegazioni riguardo a questi obiettivi. Ma nessuno se lo fila: son tutti presi a vantare (millantando?) ottime entrature con questo o quel graduato di una mezza dozzina di corpi di polizia o similari; il più sfortunato conosce solo qualcuno coi gradi nei vigili del fuoco. Ridono tutti: “potrà servire per rallentare l’intervento se la macelleria dei musulmani va in fiamme” dice qualcuno con tono divertitissimo.

Il cittadino Zeta è sulle spine. Oltretutto, nessuno ha messo in atto qualche strategia di reclutamento nei suoi confronti. Così, sfoglia una rivistina che trova buttata su un tavolo: “Idee per l’Europa dei popoli”. Non c’è molto da leggere. Il trimestrale è “espressione dell’Associazione Federalista per l’Europa dei popoli” presieduta da Mario Borghezio. L’onorevole firma il secondo editoriale intitolato “Dal Kosovo alla Padania per la causa dei popoli”. Il cittadino Zeta si tocca facendo gli scongiuri ma legge, tra l’altro: “la difesa della nostra cultura identitaria è (…) indissolubilmente legata alla difesa della nostra identità biologica ed etnica. (…) è assolutamente necessaria una lucida consapevolezza del rischio mortale che rappresentano, per il futuro della nostra civiltà, l’africanizzazione e l’islamizzazione dell’Europa.”.

Lo sguardo corre alla (s)consolante conclusione dell’articoletto borgheziano: “la minaccia di sparizione può produrre proprio quella salutare reazione identitaria che noi preconizziamo…”.

Quando torna a casa, il cittadino Zeta è nervoso, non è neanche sicuro se andar subito a letto: le sensazioni sono contrastanti, seppure tutte sgradevoli. Pensa alla combriccola riunita al centro identitario e si chiede: “ma son queste le ronde di cui tanto si parla?” e quasi gli scappa da ridere.

Fatto sta: fra una cosa e l’altra, il cittadino Zeta non riesce a prendere sono. Si gira nel letto, tira le lenzuola, accomoda le coperte dopo averle stropicciate tutte, prova a trovare il verso più fresco del cuscino, rigirandolo più volte. Sinché, accende l’abat-jour e perlustra la piccola catasta di libri accumulatasi sul comodino pencolante. Trova il volumetto di William S. Allen “Come si diventa nazisti. Storia di una piccola città 1930- 1935”, letto qualche settimana prima. Un brivido gli corre lungo la schiena.

CULTO DELLA PERSONALITA’

August 29th, 2011 by Pabuda

CULTO DELLA PERSONALITA'

MUSICA

August 29th, 2011 by Pabuda

MUSICA

BOYCOTT MICKEY MOUSE

August 29th, 2011 by Pabuda

04 BOYCOTT MICKEY MOUSE

NON CREDO

August 28th, 2011 by Pabuda

non credo che gli esseri umani

siano più degni, più rispettabili

e meglio intenzionati

degli altri animali

su questa Terra.

vedo, però, che sono

più fragili, dubbiosi

ansiosi e condannati

a immaginare sempre

che le cose intorno

possano essere

un po’ diverse

da quel che sono.

 

ASCOLTANDO LENNIE TRISTANO

August 28th, 2011 by Pabuda

ascoltando Lennie Tristano

che ragiona, al piano

io non mi perdo:

seguo il cammino,

a volte mi spavento un po’

per il buio,

ma poi rido:

quando fa tornare

il sole

e i ragazzi

giocano

giù in strada,

quando espone

cartelli colorati

ai due lati

del tragitto:

annunci pubblicitari

pieni di premura

e tenerezza.

li guardo

voltando

la testa

di qua e di là.

mi distraggo

solo un attimo,

ma presto sento

il richiamo:

piccolo stralcio

d’una canzone

arcinota,

una mossa insistita,

di cinque, lunghe,

pallide dita,

uno strikeout,

poi un lancio preciso,

dritto nel guantone

dell’esterno centro

ben piazzato al suo posto

sulla tastiera:

seguo con lo sguardo

la traiettoria del suono

del piano di Lennie Tristano

e mi sembra, all’improvviso,

che la partita di baseball,

una volta spalancate le finestre,

sia interrotta

da un ubriaco mambo turco.

 

 

SULLA STRADA ATOMICA

August 23rd, 2011 by Pabuda

http://www.flickr.com/photos/pabuda/6072936252/