OTTANTOTTO IN VIOLA

July 31st, 2016 by Pabuda

OTTANTOTTO IN VIOLA

SI È PERSO IL BRUN!

July 31st, 2016 by Pabuda

SI E' PERSO IL BRUN

OPPOSTI ESTREMISMI

July 31st, 2016 by Pabuda

OPPOSTI ESTREMISMI

MALATESTA 02 – TUTTI I RE

July 26th, 2016 by Pabuda

Per Malatesta, come scrisse dopo l’uccisione di Umberto I da parte di Gaetano Bresci, “l’essenziale, l’indiscutibilmente utile si è, non già uccidere la persona di un re, ma l’uccidere tutti i re – quelli delle corti, dei parlamenti e delle officine – nel cuore e nella mente della gente; di sradicare cioè la fede del principio di autorità a cui presta culto tanta parte di popolo”. malatesta CON PIPA E MATITA

Errico Malatesta, Autobiografia mai scritta (a cura di Piero Brunello e Pietro di Paola), ed. Spartaco, pag. 55

MALATESTA 01 – le FAMIGLIE di ERRICO

July 26th, 2016 by Pabuda

errico-malatesta ()Nell’autodifesa al processo di Ancona nel 1898, Malatesta dichiarò di non avere famiglia “perché la vita travagliata non mi ha permesso di comporla”. Accennò a suo figlio – lo presentava come figlio adottivo -, ma solo per mostrare ai giudici “un documento umano su quello che sono gli anarchici”. Disse di averlo portato in Italia, perché voleva dargli “un mestiere utile che gli potesse assicurare la vita e lo rendesse utile a sé ed agli altri”. Dopo che Malatesta era finito in prigione, il ragazzo aveva trovato in Ancona “tante madri, tanti padri, quante sono le famiglie che mi amano”. “È un partito di malfattori questo?” concludeva rivolgendosi ai giudici.

Errico Malatesta, Autobiografia mai scritta (a cura di Piero Brunello e Pietro di Paola), ed. Spartaco, pag. 32

EHI, COSA SUCCEDE LAGGIÙ?

July 25th, 2016 by Pabuda

Nonostante il frastuono, Billy riuscì ad addormentarsi per un’altra mezz’ora, finché le lenzuola iniziarono a frusciare e Carmen, nuda, si rannicchiò sopra le reni del marito e allungò la mano sinistra per infilargliela nei boxer. Billy era così stanco che pensò di morire ma la mano di Carmen sul cazzo era pur sempre la mano di Carmen sul cazzo. BALENE BIANCHE COPERTINA
“Hanno portato tre ragazzini con ferite d’arma da fuoco in tre giorni” gli mormorò in un orecchio. “A quanto pare, il secondo ragazzino ha sparato al primo per chè qualcuno della sua banda, poi il terzo ha sparato al secondo per rappresaglia e il suo migliore amico ha sparato al terzo per lo stesso motivo. Sembrava di essere alle Olimpiadi degli idioti. Ehi, cosa succede laggiù? Calma piatta?”
“Dammi un secondo, okay?”

Richard Price, Balene bianche, ed. Neri Pozza, pag. 37

CAROTE

July 24th, 2016 by Pabuda

le carote son carote
anche quando
son coltivate
a quasi    CAROTE
irraggiungibili altezze
(o, se volete… quote).
questo è il genere
di concetti veri,
incontrovertibili
e sempre utili
che uno impara –
come anche a me
è accaduto –
soltanto
dopo aver scalato
almeno la metà
dei disponibili Ottomila.

LA MUSICA E LA LINEA DEL COLORE…

July 24th, 2016 by Pabuda

Il complesso (?!?) rapporto tra “bianchi” e “neri” ha influenzato e plasmato l’idea stessa di jazz, e condiziona le possibili narrazioni della sua storia. Secondo la vulgata, ancora oggi argomentata con forza da personaggi rilevanti come Wynton Marsalis e Nicholas Payton, le grandi innovazioni del jazz, i cambiamenti di linguaggio più profondi e durevoli, sono stati opera di musicisti africano americani. In quest’affermazione c’è una verità, ma non è completa. Great_Day_in_Harlem
Il jazz è stato creato dai musicisti africano americani: ma pensare che abbia preso forma in un vuoto culturale e sociale è quanto meno un’ingenuità. I musicisti neri statunitensi, per quanto oppressi e segregati, hanno operato in costante contatto e scambio con il mondo nel quale vivevano, e a New Orleans questi scambi erano più fitti che altrove. Il jazz ha preso gradualmente forma da un intreccio di forze che, guidato dagli africano americani, ha coinvolto persone, comunità e culture diverse, compresi anglosassoni, francesi, ispanici, italiani, ebrei, creoli. Da quel momento, il jazz è diventato una musica di tutti. E tutti le hanno donato qualcosa, una qualche qualità che all’inizio non possedeva.
In molti momenti della storia, gli africano americani sono stati protagonisti di innovazioni fondamentali; in altri momenti idee fresche sono giunte da artisti dal colore della pelle diverso. E negli ultimi quarant’anni il jazz si è trasformato con il contributo di artisti creativi di mezzo mondo.

Stefano Zenni, Che razza di musica, EDT 2016

(I punti interrogativi ed esclamativi tra parentesi sono del Pabuda; l’immagine inserita è la famosa fotografia A Great Day in Harlem, scattata da Art Kane nel 1958; su Wikipedia si trovano tutti i nomi dei 58 musicisti immortalati)

LA “RAZZA”

July 23rd, 2016 by Pabuda

La “razza” è una categoria tanto infondata quanto paradossale: per mezzo di un argomento RIVERA - COPERTINAbiologista, esso stesso debole e arbitrario, si pretende di descrivere, classificare, gerarchizzare ciò che è squisitamente storico e sociale, cioè le collettività umane con le loro tradizioni, memorie, colture, lingue, costumi, istituzioni (Guillaumin 1944, pg. 61). Insomma, la “razza” è una categoria immaginaria applicata a gruppi umani reali, è una metafora naturalistica (Guillaumin, 1972-1992) che serve a nominare differenze di potere, di classe, di status, e a naturalizzare la stessa valorizzazione, stigmatizzazione, gerarchizzazione di certi gruppi, minoranze, popolazioni.

Annamaria Rivera, la Bella, la bestia e l’Umano, pp. 16-17

UNA GIORNATA “IN”

July 21st, 2016 by Pabuda

lo so: esistono
svariate terapie  mutande
per contrastare
i più fastidiosi sintomi
di questa malattia…
ne ho provate tre o quattro,
poi altre: davvero tante:
niente da fare:
la più efficace rimane
una bella giornata
in mutande.
non vuol dire far niente:
in mutande
si può fare un sacco
di cose interessanti.
quindi – per mia scelta –
escludo:
lo shopping, la messa,
l’ufficio,
la riunione del collettivo,
la coda in questura
per il rinnovo del passaporto,
il concerto in teatro
con aperitivo,
il vernissage dell’ultima
propria mostra personale
di discutibili collage,
il reading di fronte
ai soliti adorabili
quattro gatti,
la partecipazione
a qualche interminabile
corteo
sotto il sole cocente,
la ricerca degli ultimi arrivi
al mercatino dei filatelici
e il rifornimento di giornali
e gadget in edicola.
mi rimangono un’infinità
d’altre cose per rimanere
a galla,
in mutande:
scrivere ‘sta belinata –
come ne ho scritte
tante altre,
con addosso i vestiti
o senza –,
riordinare i ritagli gialli,
i blu, gli amaranto,
gli azzurri e i marroni
ascoltando Miles o Monk
oppure l’Orazio Silver,
gli Skatalites, Bob il Cantante
o Burning Spear,
Linton Kwesi Johnson,
i Klezmatics
o i Dexis Midnight Runners:
l’importante è ascoltarli
a palla.
se sono in vena, posso
pure cominciare a scrivere
il capitolo intitolato
“l’appartamento”
di quel complicato romanzo
che ho immaginato
far ruotare attorno alle sfighe
d’un minatore romeno
della Valle dello Jiu.
tutto fuorché noia
o lavoro salariato,
e con delle belle mutande
a far da
mute testimoni.

 

(l’immagine accostata a illustrare la giornata è “Mutande” di Antonio Recalcati, che il Pabuda ha visto in una mostra chissà dove chissà quando e che ama tanto)