IL SEGRETO DI “I AM NOT YOUR NEGRO” *

Al giovane protagonista di Go tell it on the mountain (Gridalo forte, nell’assai opportuna re-intitolazione italiana del romanzo d’esordio di James Baldwin), un giorno – allontanatosi da Harlem – capita un piccolo incidente. Lo scrittore ce lo racconta così: “In fondo alla collina, dove il terreno bruscamente si spianava sulla ghiaia di un vialetto, andò quasi a sbattere addosso a un vecchio signore bianco che camminava molto lentamente appoggiandosi a un bastone. Si fermarono tutti e due, sorpresi, e si guardarono. John cercò di riprendere fiato per scusarsi, ma il vecchio sorrise. Sorrise anche John. Era come se lui e il vecchio per un attimo avessero condiviso un segreto; e il vecchio continuò per la sua strada”.**  poster_I-am-Not-Your-Negro
Ecco: a vedere lo splendido film-documentario I am not your negro, realizzato dal regista haitiano Raoul Peck in base a un denso scritto lasciato incompiuto da Baldwin stesso, si ha la sensazione di essere messi a parte di quel segreto. È un segreto difficile da raccontare. Baldwin – che l’ha messo in pagina – e Peck – che l’ha messo su pellicola – ci sono riusciti. Con potenza e gentilezza, mi vien da dire. La forza delle immagini (sia quando sono drammatiche riprese televisive d’archivio, sia quando si tratta delle numerose fotografie di Gordon Parks che compaiono nel film) è enorme. Ma non minore è quella delle parole. D’altronde, James Baldwin è stato uno dei più grandi domatori di parole del XX secolo. Anche grazie alla voce e all’interpretazione davvero evocativa dell’attore e doppiatore Samuel L. Jackson, I am not your negro ci svela molto delle parole di Baldwin e del terribile segreto di John e del vecchio. Ch’è il segreto dell’America e dei suoi popoli. Perché, come dice lo scrittore: “la storia dei negri americani è la stessa storia dell’America. E non è un bella storia”. Baldwin piange i suoi amici assassinati, raccontandoceli: Malcolm X, Medgar Evers e Luther King jr. Tratteggia le loro figure con le penna dell’essenzialità. Ricordandoli con mestizia, con affetto, con pudico orgoglio. Tra le immagini in bianco e nero della vita di strada o dei polpettoni hollywoodiani che, a tratti, dissimulano il segreto.
Nel suo film-documentario Raoul Peck ha combinato accuratamente le parole lasciate scritte da Baldwin in una trentina di pagine con quelle che lo scrittore pronunciò in un’infinità di interviste. E rimangono in mente. E danno da pensare: ogni affermazione, se la si ripensa parola per parola (senza dimenticare le pause, le smorfie e gli occhioni rivolti al cielo) svela qualcosa di più riguardo al segreto.
Così, se te la ripeti in testa, quella frase sul futuro dei degli afroamericani: “Sono ottimista. Beh… devo essere ottimista. Perché sono vivo.”: non suona per nulla incoraggiante o consolatoria: suona, com’è giusto, terribile. Oltretutto, Baldwin e Peck non hanno nessuna intenzione di rassicurare lo spettatore europeo, illudendolo che questa brutta storia di segregazione e razzismo sia una faccenda tutta americana. Lo dicono chiaro e tondo: il mondo non è bianco. Bianco è solo una metafora di “potere”.

il trailer originale del film è visibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=rNUYdgIyaPM

* La proiezione del film è programmata in poche sale in Italia (Pabuda l’ha visto al molto meritorio Cinema Beltrade di Milano) ma provate a cercarlo: ne vale la pena! In ogni caso, per l’11 maggio è annunciata l’uscita del dvd per la collana Feltrinelli Real Cinema. L’edizione italiana è molto ben sottotitolata per chi non ha dimestichezza con l’inglese in generale e con l’angloamericano in particolare. Don’t worry, be happy!
* da: James Baldwin, Gridalo forte, Amos edizioni 2013, pag. 56

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