ora da cieco ragiono
penso come sono.
orecchie: due:
proprio quel che
m’occorreva!
cuore: uno e
un po’ spostato da un lato.
cervello: uno solo anche quello,
ma (grazie al cielo) bipartito:
un accettabile compromesso.
ora da cieco ragiono
penso come sono.
orecchie: due:
proprio quel che
m’occorreva!
cuore: uno e
un po’ spostato da un lato.
cervello: uno solo anche quello,
ma (grazie al cielo) bipartito:
un accettabile compromesso.
m’industrio:
a spanne,
a eliche interrotte.
m’arrangio:
di certo,
a grappolo acerbo
d’idee.
penso scudisciate.
cammino piano
ma a tutto gas:
butto il peso
sul lato destro
poi recupero
il baricentro
e un po’ di
buonsenso,
sollevando
più del dovuto
il piede sinistro
e con quello saluto
(l’aria morbida, rasoterra).
io di solito saluto
quasi tutti quelli
che incontro,
ma preferisco
quelli che incrocio
sul mio lato sinistro.
per salutare
un poco rallento,
ma poco:
io di solito
recupero il tempo,
il ritmo e il ricordo.
dovessi salutare tutti
stringendo la mano
sarebbe un bell’imbarazzo:
pare che la mia mano destra
dispensi
una morsa, un morso, una presa,
un’idea, una sberla, una stretta
difficile da interpretare,
così su due piedi.
quindi, saluto con: un pensiero intenso,
delle parole scelte caso per caso,
un cenno del capo e un sorriso dritto
in mezzo agli occhi
e un’occhiata alle scarpe:
di solito, tutto si risolve nel migliore dei modi
e riprendo il passo necessario:
dritto di direzione, ondulato d’esecuzione.
la protezione
che a noi uomini
offrono
molti luoghi comuni
è densa
della stessa sostanza
che certe volte
ci tramuta
da stupidotti in criminali
son felice
quando posso
esser contento:
come
in questo preciso
momento:
con la musica dentro,
il silenzio intorno,
un po’ d’energia
nel cervello
e carta e penna
e una luce decente:
tutto sommato,
roba semplice.
ma non c’è sempre.
il noi frantumato
sugli scogli dell’inimicizia
a onde crescenti, un giorno,
si ripresenterà riunendo
nel ritmo, nel moto,
nel suono e nello scopo
tutto l’inutile e scontroso
pulviscolo
delle nostre millesimali
micro-proprietà
L’ultimo articolo della rubrica “Conto alla Rovescia” su www.ildirigibile.eu, intitolato “Cacao” l’ho scritto l’11 dicembre, quindi prima del tragico agguato razzista di Firenze in cui Mor Diop e Samb Modou sono stati assassinati e altri feriti. Parlavo molto di cacao, cioccolato e dolcezza.
Certo, dopo quell’esecuzione – che mi fa venire in mente più gli assassini del Ku Klux Klan statunitense e del “movimento di resistenza Afrikaner” del Sudafrica, piuttosto che gli squadristi e stragisti del fascismo nostrano – avrei scritto qualcos’altro. Magari mi sarei soffermato sulla tremenda pericolosità del morente suprematismo bianco. Nella sua agonia, l’ideologia che predica la superiorità della cosiddetta “razza” bianca, come ogni bestia feroce in fin di vita, diventa ancora più brutale e sanguinaria, come è avvenuto nella testa e tra le mani del neonazista Gianluca Casseri e di coloro che adesso inneggiano al suo gesto omicida.
Questa delirante e mortifera ideologia germogliata in Europa e tra i colonialisti europei ha dominato il pensiero e la politica occidentali per almeno due secoli, ma è sul punto di essere spazzata via: di fronte a sé l’umanità (compresa la sua piccola porzione europea) ha un futuro meticcio. Tale prospettiva getta nella più cupa disperazione fanatici come Casseri, come l’ex sindaco di Treviso Gentilini (condannato per istigazione all’odio razziale, ma con sospensione della pena) come il forzanovista Fiore, come il “deputato europeo” (o padano?) Borghezio (che, riguardo al terrorista norvegese Anders Behring Breivikm, fondamentalista cristiano stragista, disse: “le sue idee sono profondamente sane e condivisibili”) e altri cultori della “purezza razziale”, al punto da condurli a passare dalle parole ai fatti. Vanno fermati.
Siamo pieni di rabbia e di tristezza. Colpendo a morte Diop e Samb Modou, la furia assassina razzista ha fatto sì che tutti ci sentissimo toccati nel profondo, tra i più intimi dei nostri sentimenti: dove l’odio è sempre all’erta.
Eppure, penso, avrei cercato di concludere quell’articolo che non ho scritto augurandomi un’esplosione di dolcezza.
Adesso, mentre scrivo, mi viene in mente Martin Luther King e ricordo le sue parole: “Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi”. Queste quattro righe, nel corso degli anni, le ho lette e rilette molte volte. Mi sembrano un sunto efficacissimo della nonviolenza. Una dottrina e una pratica verso le quali provo grande ammirazione e simpatia ma che, per molti aspetti, mi risulta misteriosa. Un’attitudine misteriosa, però, verso la quale, intuisco, sarebbe giusto tendere.
Ad ogni modo, in coscienza, non posso dichiararmi nonviolento, per indole e per formazione.
La dolcezza a cui faccio appello, ora, dopo la carneficina razzista di Firenze, somiglia di più alla ternura evocata da Che Guevara, quando diceva: “bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”.
Sì, penso che il nostro primo compito sia circondare di tenerezza e di dolcezza tutti i fratelli e le sorelle senegalesi, i parenti e gli amici delle vittime del 13 dicembre.
Poi, tutti noi ne abbiamo bisogno: siamo così tristi, impauriti e furenti. Solo un eccesso di dolcezza e di tenerezza può aiutarci a trasformare l’odio che è tornato a ribollire in noi in intelligente intransigenza contro ogni forma di razzismo. Per essere sufficientemente duri.
Paolo Buffoni Damiani (a.k.a. Pabuda)
Saranno stati i peperoni alla griglia? O le polpette alla maggiorana?
Fatto sta che la pennichella di poco fa è stata funestata da un piccolo incubo.
M’ero appisolato da poco, quando improvvisamente, ho sentito le unghie della mia gatta, Negrita, artigliarmi la mano destra. Poi ho sentito anche i suoi piccoli denti acuminati perforarmi la carne.
Mi sembra d’aver cercato di scuoterla via… ma non c’era niente da fare. Ho pensato di prenderla e sollevarla di peso con la mano sinistra. Ma il braccio, come al solito, non si muoveva d’un millimetro. Allora ho provato a chiedere aiuto alla persona che forse era sdraiata al mio fianco, sul lettone che occupa gran parte della mia stanza. Peggio che andar di notte: riuscivo a emettere sono un suono inarticolato, una specie di rumoroso gorgoglio.
Ero ormai nel panico totale. L’unica misura d’emergenza sensata era aprire immediatamente gli occhi. Così l’ho fatto e ho subito controllato in che condizioni fosse la mano aggredita: non colava il sangue che mi sarei aspettato né riportava graffi o altre lesioni d’origine felina. Però sentivo un inusuale formicolio.
A quel punto, con uno sguardo misto di spavento e curiosità ho effettuato una rapida ma scrupolosa ricognizione della superficie del lettone. Alla mia sinistra non c’era sdraiato nessuno né si potevano rilevare i tipici segni (degli affossamenti stropicciati, per intenderci) che di solito lasciano le persone che abbandonano la posizione sdraiata, allontanandosi dal letto -. In fondo al lettone, all’angolo sinistro però c’era Negrita: una ciambella pelosa. Mi sono rotolato su me stesso verso sinistra, facendo mezzo giro circa. Quel tanto che mi bastava per raggiungere Negrita, allungando la gamba, con l’alluce del piede destro. L’ho sentita tiepida e le ho dato una leggera grattatina. Lei ha reagito sbadigliando selvaggiamente e mostrandomi così i suoi denti bianchi e scintillanti di pantera nera affamata
quotidianamente
m’occupo
di scabrosi casi insoluti,
sbircio ammazzamenti
e bombe esplodenti,
e per macabri misteri fingo di scervellarmi.
d’intrighi sanguinosi e di complotti
son testimone oculare.
bella maniera di riposare!
cosa?
ancora a
sprecar tempo
col lavoro
salariato!?
oppure
con l’ultimo
ritrovato
del marketing
natalizio?
ma, cazzo!
togliti lo sfizio
e licenziati!
sdraiati sul lastrico
in atteggiamento plastico:
è proprio il minimo
che ti posso suggerire,
per non continuare
a scialacquare
quelle preziose energie
che al mattino possiedi
e poi dilapidi
in cambio
d’un magro stipendio
finché nel primo pomeriggio
già non ti reggi in piedi.
dammi retta, non sprecarti!
abbi il coraggio:
abbraccia sorella miseria,
datti alle arti
questa notte
pendo dalle labbra
di Bob Dylan, ragazzo.
lo guardo e lo vedo
com’era, prima
che si facesse tagliare
i capelli da americano.
in verità, non ascolto
le sue parole
né la sua musica.
(mai le ho ascoltate veramente).
ora sulle labbra di quel ragazzo
lascio che poggino le mie:
senza malizia né timidezza:
poi, semplicemente
con la lingua scrivo
il mio numero di telefono
sulle labbra
di Bob Dylan ragazzo.
l’avessi incontrato
mille anni fa:
quando portava capelli lunghi
da africano:
io le mani tra i suoi ricci
avrei affondato.
e, ragazzo, qualcuno,
a quel punto, sarebbe affondato