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AUTORITRATTO

Pabuda è Paolo Buffoni Damiani quando scrive versi compulsivi o storie brevi, quando ritaglia colori e compone collage o quando legge le sue cose accompagnato dalla musica dell’ensemble Les Enfants du Voudou. Si è solo inventato un acronimo tanto per distinguersi dal suo sosia: quello che “fa cose turpi”… per campare. È nato a Genova nel 1963 e dagli anni Novanta del secolo scorso vive a Milano. È un incontentabile: pur attaccatissimo alle radici liguri e sicule, negli anni ne ha cercate altre: le ha trovate in Sudafrica e in Perù. Il nome Pabuda gli piace perché racchiude, criptate, entrambe le sue origini famigliari ma anche per il suono timidamente percussivo: richiama, secondo lui, un balbettio di congas o timbales. Che poi, è pure il suo modo di scrivere. Questo sito è semplicemente il magazzino della sua roba.

Avendo, come tutti, difficoltà a guardarsi da fuori e descriversi, ed essendo ragionevolmente presuntuoso, prende a prestito quel che han scritto di lui un paio di amici, lettori e ascoltatori attenti e assai affettuosi.

Daniele Barbieri, in Le neuropoesie di Pabuda, (su “Solidarietà Come”, settembre-ottobre 2014) ha scritto: “Per me Pabuda è leggerlo ogni domenica mattina. Per me il genovese Pabuda è milanese come il Duomo (un po’ più basso ma altrettanto maestoso). Per me Pabuda è rendere facile il difficile attraverso la neuropoesia. Mi spiego meglio? Sul mio blog da anni, ogni domenica o quasi c’è una sua nuova “neuropoesia”: alcuni versi – per esempio quelli di ‘(a volte) Mi mando a cagare’ – sono per me un punto di riferimento filosofico, un po’ come chi fa i conti con Montaigne”.

Invece, Mark Adin, (ne Il guaritore Pabuda, del 21 giugno 2011), assistendo a un suo reading ha annotato: “Pabuda è ora un bimbo fatto di luce, una lampadina umana che si guarda intorno, non gli piacciono i suoi occhiali, forse perché non li vede. Paolo affonda però nei cuori, li trafigge con frecce sonore di precisione, ci guarda uno a uno, come sa fare l’entertainer scaltro e poeta. Ascoltiamo perduti. C’è amore nell’aria, c’è festa. E rispetto, dignità, urlo, rivoluzione. Legge qualcosa, Pabuda, ecco lo sta cesellando di accenti, stretto tra sassofono e tromba con maliziosa sordina. Ma non è solo opera sua. C’è un coro di artefici che suona le congas, i tamburi, un uomo percuote il basso ma forse è il tavolo di una taverna, quell’altro non ha in mano una chitarra, è un serpente che si contorce sibilante. Ossa e flauti suonano nelle nostre orecchie. Fiesta. Esemplare la storia di Paolo Buffoni Damiani che, colto ingiuriato da ictus, malattia che scaglia immobilità e paralisi, proprio dall’ictus viene invece rimesso in moto, rinnovando la sensibilità, fecondando il suo io, arando come un vomere chirurgico le anse cerebrali, sollevando zolle neuronali, regalando una vita diversa e inattesa. Non c’è pena a guardare il braccio ritorto come un vecchio ramo d’olivo, emana una luce fortissima. E’ lui,  Pabuda, il guaritore, che fa gesti vocali solenni: noi gli portiamo le nostre infermità fatte di anime miseramente bloccate, lui le guarisce con la semplicità di uno sguardo”.

E pensare che, a quanto pare, tutto cominciò così:

non vorrei darmi delle arie
ma mi viene da pensare…
chissà cos’han pensato
chissà che avranno detto
Mosè e Maometto
quando si son messi
a scribacchiare
senza potersi fermare…
forse hanno avuto
la stessa sensazione:
come un’onda di parole
una strana pulsione,
insomma io sento
quella cosa lì:
mi scappan le parole
come scappa la pipì.
ma c’è una differenza…
io non son profeta,
negli sport religiosi
son da serie zeta.
né comandamenti
né verità rivelata,
ma ieri, sul bus,
mi usciva una rima a fermata.
mi assalgono tristezze
mischiate a cose sciocche,
poca filosofia
ma  molte filastrocche.
non sono illuminato
né molto riflessivo
solo, sul bus,
rimatore compulsivo.

(da “Io scrivendo sul bus”, una delle filastrocche dei primi tempi)

 

I COLLAGES DI PABUDA

Visual artist? Sorbole, che esagerazione, che iperbole! Io i
collage li faccio solo per ricordarmi che, nonostante tutto, sono ancora
libero. In questo, i miei collage non sono molto diversi dalle pareti della
stanzetta di un adolescente su cui sono appiccicati i suoi idoli pop, oppure
dall’insieme di immagini con cui un detenuto colora i muri della cella: ci sono
i figli e la madonna, un calendario con le donne nude, la formazione dell’anno
dello scudetto e qualche roba un po’ più hard, insieme a un paio di ricette di
cucina. Se i miei collage sono composti per lo più di immagini strappate vorrà
dire qualcosa, ma se ci penso troppo mi va insieme il cervello. Tant’è… ‘sta
roba è… visual art. Oh, yeah!

per informazioni e contatti: info@pabuda.net