TROPPO PRESTO (Uno dei tre antefatti di Facce Nere)

(Ecco la bozza di uno dei tre antefatti che precedono d’un bel po’ l’intricata storia…)  1977_mineri-din-valea-jiului

Il Genio dei Carpazi – alias Nicolae Ceausescu, alias il Segretario Generale del Partito Comunista Romeno, alias l’amato Presidente della Repubblica Socialista di Romania, alias il Conducător, alias il Grande Ciabattino – era abituato a parlare di fronte a grandi folle di popolo, per adunanze in piazza o gremite assemblee congressuali. Non era abituato a essere interrotto. Forse per questo chi, quel giorno, ebbe modo di osservarlo notò quanto fosse nervoso, preoccupato e incerto e pronto ad andare su tutte le furie. Da un momento all’altro.

Il Genio dei Carpazi non era né alto né basso. Sicché, per vederlo bene, in quello spiazzo di fronte all’ingresso della miniera di Lupeni – pieno all’inverosimile di lavoratori su di giri, di minatori incazzati o semplici curiosi – bisognava trovarsi in una buona posizione. Marius c’era: seconda fila, immediatamente alle spalle del compagno D., leader quasi indiscusso dello sciopero. Per lui aveva battuto a macchina la lista delle ventisei rivendicazioni. Non era stato incaricato per una sua particolare competenza politica o per chissà quale fiducia accordatagli grazie al ruolo giocato nei primi giorni dell’agitazione che aveva paralizzato la regione mineraria. Era, soltanto, l’unico minatore in grado di usare quel maledetto aggeggio. Marius la racconta ancora adesso così. Forse solo per modestia. Fatto sta che quel giorno si trovava in un’ottima posizione per tenere un occhio agganciato alla delegazione di funzionari e dirigenti d’altissimo rango giunti dalla capitale, con al centro Ceausescu, e l’altro costantemente in movimento a controllare la folla rumoreggiante. Teneva anche le orecchie ben rizzate. Per ascoltare e capire tutto. Nonostante il casino. Appena apparso il Conducător sul palco improvvisato, accompagnato da Ilie Verdet (vice-presidente del Consiglio dei Ministri) e Georghe Pană (al contempo presidente del Consiglio Centrale dei Sindacati di Romania e ministro del lavoro) – una faccia di merda che se la ricordano ancora adesso, da quelle parti, nonostante sia curiosamente scomparso dalla scena politica e non figuri tra i riciclati di nessun partito post-89 –, s’erano ascoltate grida e slogan apparentemente contrastanti che andavano dagli ever green, buoni, sino a quell’Agosto, per qualsiasi adunata, tipo “Non c’è futuro, non c’è conquista… senza i minatori e il gran Partito Comunista!” fino al nuovissimo, immaginifico e un po’ minaccioso “Abbasso la borghesia proletaria!”. Quando il compagno D. e, dietro di lui, Marius, sentirono scandire da un’isolata ma stentorea voce “Viva i minatori e viva Nicolae Ceausescu!”, pur senza dirsi nulla, alzarono contemporaneamente gli occhi al cielo e pensarono esattamente la stessa cosa: “E questo coglione da dove salta fuori?”.

La faccenda andò per le lunghe. Sia perchè era una faccenda complicata, sia perché quel figlio di puttana, oltre a essere dotato di un fiuto politico fuori dal comune e d’una di capacità di manovra retorica da funambolo della logica formale – grazie alla quale riusciva ad affermare nel medesimo discorso tutto e il contrario di tutto senza che l’uditorio riuscisse neanche vagamente a raccapezzarsi – era affetto dalla solita logorrea del dittatore comunista che non teme di perdere il potere ma coltiva in sé una gran varietà di paranoie, che tenta di tenere a cuccia sproloquiando. C’è chi dice parlò ai minatori per cinque ore, altri sostengono che li ammorbò per sette. Marius, al riguardo, ora non sa prender partito. Però ricorda molti passaggi fondamentali e certi momenti davvero critici. Quando – più d’una volta – ebbe paura che tutto andasse in merda: il campanello d’allarme, per lui, erano le gocce di sudore gelido che a intervalli irregolari gli correvano lungo tutta la schiena, accompagnate da certi brividi del tutto fuori stagione, considerando che l’estate non era ancora finita: s’era ai primi d’agosto, dopo tutto.

Marius – come centinaia o, più verosimilmente, migliaia d’altri – trovò abbastanza irritante il tono da mestrino, o da parroco piagnucoloso, con cui esordì il grande capo: “Compagni, questa non è una guerra… da bravi, ragionate e mettetevi una mano sulla coscienza… Questa è una disgrazia! È una disgrazia per l’intera Nazione! La Nazione vi guarda e vi ascolta…”.

A quel punto una batteria di urlatori rispose al grido isolato “E che ascolti questo, allora…” con un corale e ritmato: “Lupeni Douăzeci și nouă! Lupeni Douăzeci și nouă!”. Significa semplicemente “Lupeni Ventinove”, ma il riferimento all’eroico sciopero minerario del 1929 – germinato come questo nelle viscere delle miniere di Lupeni – suonava più spaventoso di qualsiasi altra immaginabile minaccia: i minatori della Valle dello Jiu si rappropriavano della propria memoria – sequestrata, distorta e tenuta imbalsamata per decenni nelle liturgie e nei testi sacri del partito – scagliandola come un sasso contro i ministri del culto nazional-comunista e lo stuolo di ben ingrassati chierichetti e diaconi rossi. “Lupeni Ventinove!” venne scandito da una massa sempre più vasta e incazzata di voci, intrecciandosi a quell’ “Abbasso la borghesia proletaria!” ch’è rimasto la sintesi poetica di tutto lo sciopero. Marius ci trova ancora la tipica ironia e la devastante precisione dei suoi minatori. Così, le poche volte che racconta di quell’agosto, ripete lo slogan come una cantilena: all’inizio ridacchiando soltanto un po’, poi – appena vede che, grazie a quella sintesi intuitiva, l’immagine dei funzionari privilegiati del partito, dello stato, del distretto, della commissione mineraria inter-distrettuale, del sindacato fasullo, s’è delineata ben chiara nella testa degli interlocutori – molla i freni e lascia esplodere la sua risata più potente catarrosa, accompagnata da sputazzi: certi involontari, certi deliberati e consapevoli.

Tornando a quegli istanti, Marius ricorda il chiasso incontenibile in cui le grida si sovrapponevano in un crescendo di tensione incontrollata, di inibizioni abbattute come le staccionate travolte da un gregge che per una volta, finalmente, s’inferocisce. In quel bailamme che nessuno sapeva a cosa avrebbe potuto condurre gli orecchi più attenti riuscirono a distinguere degli inediti “Abbasso Ceausescu!”: i primi un po’ timidi, via via più sicuri e perentori. Sino a qualche inequivocabile “Vattene porco!”.

Solo quando il compagno D. salì sul palco e, senza tanti complimenti, si impadronì del microfono per prendere la parola, gli animi parvero raffreddarsi un poco.

Prontamente, Marius si scapicollò per mettergli sotto il naso i fogli colle famose ventisei rivendicazioni. Il compagno D. le lesse senza metter troppa enfasi nell’esposizione: gli era sufficiente citare i paragrafi della piattaforma di lotta (dall’orario di lavoro alla revisione degli obiettivi di produzione, dalla mensa all’assistenza medica) per scatenare l’entusiasmo sgangherato dell’assemblea di minatori. Il Genio dei Carpazi ascoltò senza riuscire a nascondere il furore che gli cresceva nello stomaco, come uno di quei terribili bruciori che certe notti lo torturavano, provocati da un banchetto eccessivo la sera precedente e da una cistifellea ormai fuori uso. Mentre il capo degli scioperanti leggeva con sadica e lenta puntigliosità l’elenco di lamentele e di richieste, Ceausescu appariva sempre più teso e, al tempo stesso, concentrato. Però la sua non era vera attenzione: piuttosto, era il terribile sforzo per controllare un maledetto tremore che stava per prenderlo tutto, dalla testa ai piedi, dai piedi alla testa. Finito il supplizio, con un filo di voce, riuscì soltanto a dire: “Compagni, ho ascoltato le vostre lamentele e le vostre richieste. Ne ho preso nota e sarà mia cura sottoporle alla valutazione collettiva dei Compagni alla prossima riunione del Comitato Centrale”. Dopo di che, si schiarì la gola, emettendo un orribile suono che fece fischiare per un attimo l’amplificazione, e, a un volume decisamente più elevato ma tartagliando un po’, sentenziò: “Bene. La questione è chiusa. Potete tornare al lavoro, compagni”. Poi, cercando di fare contemporaneamente la faccia cattiva e di gettare uno sguardo paterno sulla folla – col risultato di prodursi in una smorfia da pazzo all’ultimo stadio – aggiunse: “E mi raccomando! Non voglio ricevere altri rapporti in cui mi si informa che i nostri bravi minatori stanno ancora bighellonando in giro!”.

La reazione della folla di scioperanti fu del tutto imprevista: una colossale, polifonica risata. Pacche sulle spalle e rudi spintoni e singulti a spezzettare il commento più diffuso: “bi-ghel-lo-nan-do…?! E che cazzo vuol dire??”.

Marius cercò di inghiottire la propria risata. Ci riuscì solo a metà. In compenso, tappandosi il naso e coprendo la bocca, sentì la faccia bruciare per il rossore e gli occhi riempirsi di lacrime. In quelle condizioni, si trovò a pensare: “Un conducător che incassa una risata del genere ha i giorni contati”. Si sbagliava di brutto. Era troppo presto. Ci sarebbe voluta ancora una buona dozzina d’anni.

Se Marius si illudeva e sognava – anche per mitigare l’amarezza con cui presto, assieme a tutti gli altri, sarebbe ridisceso in miniera –, più realistico e pragmatico era il suo amico Bogdan. Un tipo tutto diverso. Ma legato a lui come un fratello. Da allora e in tutti i momenti difficili. Cioè per sempre. Difatti, il Bogdan, senza perder tempo a discutere coi colleghi riuniti in disordinati capannelli per speculare su cosa avrebbe deciso il Comitato Centrale riguardo alle richieste presentate a Ceausescu, si mise in azione: cercando di non farsi notare troppo dagli sbirri della Securitate – che si erano fiondati lì come le mosche su una fresca cagata di vacca – organizzzò la fuga da Lupeni di tutti i compagni che si erano maggiormente esposti. Escluso un gruppetto dei più fidati: con loro avrebbe costituito un piccolo e discreto servizio d’ordine per tenere sorvegliata la casa del compagno D.: il collega in assoluto più esposto. Con ogni probabilità, da un momento all’altro avrebbe ricevuto qualche visita sgradita. Gente antipatica e ottusa. D’altronde, la prudenza non è mai troppa. Era il 3 agosto 1977.